Genocidio del Ruanda vent’anni dopo, sotto accusa Onu e Francia: «Indifferenza e complicità»

Il genocidio ruandese del 1994 è solo una delle tante pagine di storia vergognose: è il motivo fu il silenzio dell’Occidente, di chi avrebbe dovuto parlare e invece tacque, di chi avrebbe dovuto intervenire e invece stette inerte: come in Ungheria nel 1956, come in Cambogia dal 1975 al 1979, come in Cecoslovacchia nel 1968 e come oggi in Tibet. Nella cerimonia per il genocidio del 1994, il presidente del Ruanda Paul Kagame si è scagliato, senza nominarla, contro la Francia per il ruolo nel massacro. «Nessun Paese è così potente – anche se lo pensa – da poter cambiare i fatti» ha detto Kagame parlando in inglese, per poi aggiungere in francese: «dopo tutto, i fatti sono cocciuti». La Francia «era coinvolta prima, durante e dopo il genocidio», ha ribadito lo stesso Kagame in un’intervista al quotidiano Libération. Secondo il presidente ruandese, che è un tutsi, la Francia ha partecipato «all’emergere di un’ideologia» che ha condotto alla tragedia del 1994. Kagame aveva già espresso lo stesso concetto in una recente intervista a Jeune Afrique, dove tornava ad accusare Parigi di aver partecipato al genocidio. Parole che hanno spinto la ministra francese della Giustizia, Christiane Taubira, ad annullare la partecipazione alle commemorazioni per il ventennale del genocidio. Mentre l’ambasciatore francese è stato dichiarato dalle autorità ruandesi “persona non grata alla cerimonia di ricordo. Venti anni dopo il genocidio in Ruanda «la vergogna dell’Onu» per non averlo potuto impedire non è stata cancellata. Lo ha detto il segretario delle nazioni Unite Ban Ki Moon dando il via alle cerimonie ufficiali di commemorazione. Pur rendendo omaggio al «notevole coraggio» di membri dell’Onu presenti in Ruanda all’epoca dei massacri, il segretario generale ha ammesso: «Avremmo potuto fare di più. Avremmo dovuto fare di più. I caschi blu sono stati ritirati dal Ruanda nel momento in cui c’era più bisogno. Nello spazio di una generazione la vergogna non è stata cancellata». L’Onu ritirò la maggior parte dei suoi 2.500 effettivi in Ruanda a metà aprile del 1994, nel momento peggiore dei massacri cominciati il 7 aprile di quell’anno, subito dopo l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il presidente Hutu Juvenal Habyarimana. Tra aprile e luglio di quell’anno morirono circa 800.000 persone in gran parte della minoranza tutsi. Ban ha anche ricordato che un anno dopo il genocidio in Ruanda, a Srebrenica, in Bosnia, si consumò un altro massacro in una zona sotto protezione Onu. Il segretario dell’Onu ha anche evocato «il silenzio della comunità internazionale nel momento in cui avevate più bisogno di lei». «Il genocidio dei Tutsi è stata una delle pagine più oscure della storia dell’umanità. Per cento giorni è stato versato il sangue, dopo 20 anni le lacrime scorrono ancora», ha aggiunto Ban Ki Moon parlando nello stadio di Kigali del genocidio del 1994. «Ricordare, unire, rinnovare»: è fatto di tre parole il manifesto delle commemorazioni delle vittime del genocidio che nel 1994 in Ruanda fece quasi un milione di morti, soprattutto tra la minoranza tutsi, e poi due milioni di profughi, in particolare tra la maggioranza hutu uscita sconfitta dalla guerra civile. Le cerimonie cominceranno andranno avanti per cento giorni, a ricordare i cento giorni che vent’anni fa, tra aprile e luglio, scatenarono un’orgia di sangue e di atrocità nella sostanziale indifferenza della comunità internazionale. Indifferenza ma anche connivenza, secondo il presidente Kagame: nel ’94, mentre si consumava la pulizia etnica, era a capo del Fronte patriottico ruandese che, vincendo mesi dopo la guerra, pose fine ai massacri di tutsi avviando però nel contempo le vendette e l’esodo di massa degli hutu. Kagame ha ribadito le sue accuse sottolineando «il ruolo chiave nelle radici storiche ma anche nell’attuazione del genocidio … di queste potenze occidentali che ora vogliono decidere da sole le regole del buon governo e della democrazia». Nel memoriale di Gisozi, Kagame ha acceso una fiamma con la torcia che negli ultimi tre mesi ha attraversato l’intero Paese. Il presidente Paul Kagame sarà in ogni caso al centro dell’attenzione mondiale, dopo aver già domenica incamerato «la paterna vicinanza e l’incoraggiamento» di papa Francesco al suo popolo affinché vadano avanti sulla via della pace, della riconciliazione, dell’amore e della concordia costruiti «sulla roccia del Vangelo».