Gasparri: «Destra in crisi per l’effetto-Renzi? No, il premier deluderà. La locomotiva dei moderati resta FI»

È la grande stampa che punta a istituzionalizzare giornalisticamente e a promuovere socialmente l’innamoramento politically correct della destra per Renzi e il renzismo, o davvero siamo in presenza di un premier di destra travestito da uomo di sinistra? La domanda pone un interrogativo articolato a cui rispondere, un quesito a cui non tutti – al di là di sterili dissertazioni su ibridazioni culturali e sinergie partitiche – in questo momento dichiarano di voler rispondere. Prova a farlo, e a modo “suo” dalle colonne del Corriere della sera, Ernesto Galli Della Loggia, in un editoriale che, tra le righe di un radicalismo polemista che inevitabilmente mina la credibilità dell’assioma di fondo, torna a riproporre l’eterno dibattito sulle anime della destra (e le sue possibili incarnazioni di sinistra?). «Penso che a cominciare da Silvio Berlusconi molti, a destra, si vadano chiedendo in queste settimane: ma perché non le abbiamo fatte noi le cose che sta facendo il governo Renzi?», recita dunque l’incipit del pezzo, che apre a una lunga, quanto arbitraria disanima, sui percorsi storici e le evoluzioni sociologiche della destra di governo. Uno spunto interessante, quello del Corriere, che si inserisce e anima un dibattito perennemente aperto, che si perde però nelle recriminazioni deduttive che ne conseguono. «Premesso che considero Galli Della Loggia uno dei più grandi bluff in servizio effettivo e permanente» – replica alle affermazioni dell’editorialista il senatore di Forza Italia e vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, in un’intervista al “Secolo d’Italia” – devo riconoscere però che l’articolo contiene un elemento interessante nella parte in cui rileva che, in ambito socio-antropologico, la società italiana di destra ha in qualche modo rifuggito – nel senso di non perseguito – l’impegno politico nella misura in cui non ha creato le basi per l’occupazione strategica di luoghi e posizioni di potere».
«La destra da cui io provengo – continua Gasparri – è quella che viene da una militanza nobile e alta; quella che rifletteva e combatteva mentre la sinistra occupava spazi e formava gruppi dirigenti secondo la teoria gramsciana dell’egemonia culturale e del consenso, avocando a sé, o crescendo nel suo alveo intellettuale e dirigenziale, magistrati, registi, il mondo dell’editoria, dello spettacolo e dei cantautori. Così, in termini di consensi e in ambito di governance ha fatto più la magistratura “democratica” che la storica sezione comunista di Ponte Milvio di Roma. Dunque forse è vero, per riprendere Galli Della Loggia, che in questo senso, sul tipo di approccio alla politica (quello dell’inseguimento delle poltrone), abbiamo mancato, e la cosa deve essere motivo di riflessione interna: ma tutto il resto dei contenuti lo rispedirei al mittente in quanto ingeneroso e fazioso».
Riflessione, allora, sembra essere la parola chiave: e più che sui trascorsi passati, sui possibili viatici dell’immediato futuro, consapevoli – sostiene il senatore forzista – «che la locomotiva della forza motrice di destra resta Forza Italia, ma che i vagoni comprimari sono altrettanto indispensabili alla formazione del treno delle idee e delle proposte politiche. Il centrodestra – prosegue allora Maurizio Gasparri – deve fare una profonda analisi sulla direzione in cui procedere, specie in questa fase di massimo consenso per Renzi; un riscontro popolare, il suo, generato dalle tante promesse che non potrà mantenere. Certo, ancora non ha deluso, ma è solo una questione di tempi: e del resto il compromesso sul lavoro, la futura (possibile) patrimoniale sulla casa, saranno tutti colpi sotto la cintura che lo porteranno al tappeto».
Ma come si situa, allora, in questo contesto, il controverso caso Bondi? «Quello che stiamo vivendo – conclude il senatore azzurro – è un tempo in cui servono coraggio e lealtà, e chi non se la sente di ottemperare a queste necessità può anche mettersi di lato. Mi rendo conto che il mio giudizio è severo, ma mi corre l’obbligo di ricordare che io sono stato tra i primi sostenitori di Sandro Bondi, adoperandomi fattivamente per lui quando, in seguito al crollo di Pompei, è stato messo all’indice come capro espiatorio. In quella difficile circostanza mi sono speso perché Franceschini, su mia iniziativa personale, chiedesse scusa a Bondi per l’insistenza dimostrata nella richiesta delle sue dimissioni: cosa che ha fatto poi a mezzo di un’intervista sul Messaggero. Posso solo dire che oggi non lo rifarei. Considero il gesto di Bondi un atto di sabotaggio, e in guerra il sabotaggio è severamente punito. In una fase di conflitto politico, allora, il sabotaggio interno è un atto altrettanto grave e imperdonabile».