Esce il Memorandum di Brasillach. L’autodifesa dello scrittore fucilato nel 1945 e l’ultimo appello ai giovani

“Il mattino il cappellano è venuto a darmi la comunione. Pensavo con tenerezza a tutti coloro che ho amato, a tutti quelli che ho incontrato durante la mia vita…”. Sono le ultime annotazioni (da La morte in faccia) di Robert Brasillach poco prima dell’esecuzione, il 6 febbraio 1945, ad opera dei fucilieri di De Gaulle, la foto della madre sul cuore, il grido strozzato in gola: «Viva la Francia… ». La sua colpa? Essere il simbolo del collaborazionismo ma, più concretamente, essere stato caporedattore di Je suis Partout, giornale che in una rubrica pubblicò nomi di partigiani, comunisti e ebrei, il che equivaleva ad accusare tali soggetti di alto tradimento. Un espediente giuridico per scegliere Brasillach quale capro espiatorio per i “peccati” commessi da tutti gli intellettuali e artisti collaborazionisti. Ora per la casa editrice Medusa viene pubblicato il Memorandum, l’autodifesa che lo scrittore aveva predisposto per il processo. Un testo dove non c’è fiera rivendicazione di scelte politiche ma lucida, razionale rassegnazione al ruolo di vittima cui Brasillach sa di andare incontro, senza rinnegare, seguendo l’esempio degli eroi dell’amato Corneille. Né vi è pentimento, o giustificazione che non sia il ricorso al patriottismo. Brasillach si è pentito? “Se vi dicessi di sì pensereste che lo faccio per salvarmi la pelle e mi critichereste. Non rimpiango le intenzioni che mi hanno spinto ad agire. Posso essermi sbagliato, come succede a tutti gli uomini, sui fatti o sulle persone ma mi dico che ci sono, in questo momento, dei giovani ragazzi e delle giovani donne che pensano con affetto a ciò che ho scritto”. A quei giovani bisognerà indicare un altro nemico, quello che innalza “ovunque pali per la fucilazione” dando “al mondo stupefatto l’immagine di una Francia che non cerca la riconciliazione dei suoi figli”.

La sinistra, non solo in Francia, ha con questo scrittore un rapporto ambiguo: sa che il processo ne ha fatto un martire,  sa che dalla sua storia – come scrive Emanuele Trevi nella prefazione al Memorandum “trasuda una cupa, insidiosa tristezza”. Ma deve giustificare, in qualche modo minimizzare e così leggiamo nella postfazione di Riccardo De Benedetti che Brasillach non riesce a diventare personaggio di una “tragedia esemplare” e che in fondo non era un così grande scrittore e che anche lui finisce con l’ammettere la sua colpevolezza. Pur ammettendo che ha finito i suoi giorni con dignità, si preferisce seguire la logica del bene contro il male anziché assecondare, con più senso logico, quella dei vinti che devono piegarsi ai riti imposti dai vincitori. Non lo credevano colpevole, invece, i tanti esponenti di spicco della cultura francese che firmarono perché fosse graziato, come Cocteau, Colette e Claudel, e persino di appartenenti alla resistenza francese come François Mauriac, Jean Paulhan e il futuro premio Nobel Albert Camus. Irriducibile, invece, la coppia Sartre-De Beauvoir nel ritenere che le opinioni del Brasillach polemista fossero da giudicarsi alla stregua di “crimini contro l’umanità”.

Certo restituire Brasillach alla letteratura non sarà facile perché nel dopoguerra la destra ne ha fatto un’icona di libertà, se l’è tenuto stretto nel suo pantheon di riferimento (parallelamente alla demonizzazione portata avanti sull’altra parte della barricata). Definendo il fascismo «la poesia del XX secolo» Brasillach lo aveva “depurato” dagli aspetti più ruvidi e più torbidi, lo consegnava al futuro come eredità cristallina, quasi storicamente disincarnata. La destra del secondo dopoguerra si interessò a Brasillach, con una biografia di Giorgio Almirante, facendone il letterato vittima dell’intolleranza contro la libertà degli ideali, in nome del quale invocare una riconciliazione nazionale difficile negli odi del dopoguerra.

Oggi potrebbe essere arrivato il momento per pensare allo scrittore senza furori ideologici. Un passaggio auspicato già da Giampiero Mughini nel dirompente pamphlet Compagni, addio, datato 1987. «Chi è stato dalla parte della destra – si chiedeva Mughini – può meritare oggi il rispetto di noi suoi avversari, il riconoscimento del suo talento e della sua buona fede? È lecito restituire alla storia e all’agonia dell’Europa di questo secolo i volti tragici di questi suoi figli? È lecito pulire la loro memoria da accuse schiaccianti per reati che non hanno compiuto?». Mughini passava poi ad assolvere Brasillach dall’infamante marchio di brutale antisemita, facendo levo sulle responsabilità collettive da cui altri, forse ben più colpevoli, erano usciti indenni e puliti.
Anche nei giorni del tracollo Brasillach restò persuaso che le rivoluzioni, fattore dinamico della storia che sprigiona energia, sono destinate a lasciare il segno e a rinnovarsi nel tempo, soprattutto in tempi in cui i sogni sono assenti: «I bimbi che un giorno saranno ragazzi di 20 anni – scrisse in Lettera a un soldato della classe ’40 – apprenderanno con oscura meraviglia dell’esistenza di questa esaltazione di milioni di uomini, i campeggi della gioventù, la gloria del passato, le sfilate, le cattedrali di luce, gli eroi caduti in combattimento, l’amicizia tra i giovani di tutte le nazioni rinate. Josè Antonio, il fascismo immenso e rosso. E io so che il comunismo ha, anch’esso, una sua grandezza del pari esaltante. Può addirittura essere che, tra mille anni, si confondano le due rivoluzioni del XX secolo».