Egitto, il regime golpista va avanti a condanne a morte di massa. Il mondo insorge

Continua il pugno di ferro del regime militare golpista contro dissidenti e oppositori in Egitto. Una nuova raffica di condanne a morte è stata pronunciata dai giudici di un tribunale a sud del Cairo per quasi 700 Fratelli musulmani nell’ambito del processo che vede imputati oltre 1.200 pro-Morsi accusati per le violenze dello scorso 14 agosto. In un altro procedimento è stato invece dichiarato fuorilegge il Movimento 6 Aprile, motore della rivoluzione anti Hosni Mubarak del 2011, accusato di avere diffamato il Paese e di spionaggio. Il tribunale ha chiesto di chiudere i suoi uffici e di vietare tutte le attività politiche, l’organizzazione di dibattiti e manifestazioni. I leader del gruppo laico, che si oppone al movimento islamico, sono in carcere dopo essere stati condannati con l’accusa di disordini e incitamento alla violenza e per aver violato la legge sulle dimostrazioni. La giustizia egiziana dunque non fa sconti e procede spedita nella sua svolta repressiva. Con una decisione che ha destato ancora una volta sconcerto e indignazione in tutto il mondo, dagli Usa all’Onu, il tribunale di Minya in Alto Egitto ha condannato a morte in prima istanza 683 pro-Morsi, tra cui la loro guida spirituale Mohamed Badie. La Corte ha deferito il dossier al Gran Muftì d’Egitto e ha fissato al 21 giugno la data in cui verrà emesso il verdetto finale. Lo stesso tribunale ha poi comminato l’ergastolo a altri 492 pro-Morsi, su un totale di 529 persone condannate già in primo grado alla pena capitale il 24 marzo scorso. Per i restanti 37 è stata invece confermata la condanna a morte. Ma i loro legali ricorreranno in appello, mentre la procura generale ha annunciato che impugnerà tutte le sentenze pronunciate dalla Corte. La maggior parte degli imputati sono contumaci. Sono accusati di violenze, scontri e partecipazione a manifestazioni non autorizzate a Minya e dintorni lo scorso 14 agosto sulla scia delle sanguinose proteste avvenute lo stesso giorno al Cairo con centinaia di morti. La Fratellanza è insorta e ha usato parole dure contro la magistratura accusandola di commettere nuovi crimini contro l’umanità, mentre scontri sono esplosi all’Università di Minya, ad Alessandria e ad al Azhar al Cairo tra forze dell’ordine e studenti. Il processo per gli oltre 1.200 “terroristi” era iniziato il 22 marzo. Le prime 529 condanne al patibolo erano arrivate solo due giorni dopo sollevando una ondata di proteste a livello internazionale. Gli Stati Uniti si erano detti profondamente preoccupati, mentre la maggior parte delle organizzazioni umanitarie, in primis Amnesty International, avevano giudicato il procedimento iniquo e grottesco. Anche la Farnesina aveva espresso preoccupazione. Il primo aprile il “ministro degli Esteri” egiziano, Nabil Fahmi, si era difeso in commissione esteri dell’Europarlamento e aveva affermato che le 529 condanne a morte «non erano ancora un verdetto». Fahmi aveva poi cercato di rassicurare l’ Europarlamento sul fatto che per tutti quelli che vengono giudicati nell’ambito del sistema legale del suo Paese sono comunque previsti tre gradi di giudizio. Il boia per ora può attendere.