Dissidenti Pd e Cinquestelle insieme contro il Senato di Renzi. E il premier “blinda” la riforma: «Sarà legge nel 2015»

È inserita in un allegato al Def la tempistica per le riforme del Senato e del Titolo V. Nel documento, firmato dal premier Matteo Renzi e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, si parla di «approvazione finale» del disegno di legge costituzionale «entro dicembre 2015», mentre la conclusione della prima lettura da parte di entrambe le Camere è fissata

«entro settembre 2014». All’indomani dell’assegnazione del ddl alla Commissione Affari costituzionali del Senato, che ha rappresentato l’avvio ufficiale dell’iter, il governo vuole mandare segnali sul fatto che si va avanti senza tentennamenti. Una necessità per Renzi, che sulle riforme costituzionali si è spinto a dire che o passano o lascia il governo, ma che ora si trova a dover fronteggiare una agguerrita opposizione interna. Vannino Chiti ha presentato un ddl alternativo che prevede senatori eletti dai cittadini e non, come vorrebbe Renzi, espressi da regioni e sindaci. In prima battuta lo hanno sottoscritto 22 senatori Pd che, oltre a non sembrare disposti a cedere, fanno proseliti: hanno ottenuto anche il sostegno di 12 senatori fuoriusciti dal gruppo del Movimento 5Stelle. I senatori democratici Claudio Broglia e Giuseppe Cucca, fra i dissidenti della prima ora, si sono detti «pienamente convinti della necessità di approvare in prima lettura il ddl entro il 25 maggio», ovvero entro la data delle europee, proprio come vorrebbe Renzi, ma hanno anche reiterato la richiesta di modifiche. A puntellare la maggioranza è intervenuto il coordinatore del Nuovo centrodestra Gaetano Quagliariello, che in un’intervista ad Avvenire ha spiegato di ritenere che non sia «un problema, rispettando i tempi, trovare una mediazione tra il testo Boschi e il testo Chiti. Abbiamo fatto cose ben più difficili». Ma sulle riforme la maggioranza è di quelle variabili, con un ruolo centrale per Forza Italia. Le insidie maggiori potrebbero arrivare proprio dagli azzurri, su cui pesa la decisione del tribunale di sorveglianza sul futuro di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, a inizio settimana, ha rassicurato sul fatto che “il patto del Nazzareno” sarebbe stato mantenuto, ma sul Senato non elettivo dalle file del partito emerge una certa fibrillazione, che poi si ripercuote anche sul Pd. «Leggo di un asse Civati-Minzolini per mantenere il senato elettivo. E mi sento un po’ confuso», ha scritto Matteo Orfini, dei Giovani Turchi, su Twitter. «Per settimane Civati ha criticato l’accordo con Forza Italia per le riforme, dicendo che non bisogna parlare con Verdini ma con Vendola. Ora, secondo quanto riferisce la stampa, senza che siano arrivate smentite, lui preferisce parlare con Minzolini. Le vie di chi difende il vecchio Senato sono infinite», ha poi commentato il deputato Pd, Federico Gelli, mentre una stampella al Senato non elettivo immaginato da Renzi è arrivato da una pattuglia di 13 costituzionalisti. «Il testo di riforme costituzionali del governo si ispira alle soluzioni adottate dalle grandi democrazie europee», hanno sostenuto i professori, per i quali «le critiche di principio all’impianto, che propongono nuove o vecchie anomalie nazionali, appaiono essere per lo più il frutto di un antistorico complesso del tiranno».