Dell’Utri difeso dal gemello Alberto: «Non è un latitante, ma un perseguitato…»

Il giallo della fuga. Il mistero del rifugio: Libano, Guinea Bissau? La defaillances del pagamento del conto di un albergo con carta di credito, che lo ha fatto individuare qualche giorno fa a Beirut. Poi la nota diffusa ieri dallo stesso Marcello Dell’Utri, in cui l’ex senatore del Pdl precisava di non volersi sottrarre al risultato processuale della prossima sentenza della Corte di Cassazione (previsto per martedì prossimo), ma che date precarie condizioni di salute – sarebbe convalescente a seguito di un intervento di angioplastica sostenuto qualche settimana fa – starebbe «effettuando ulteriori esami e controlli». Un mosaico, quello dell’irreperibilità di Dell’Utri, a cui mancano ancora molte tessere, e in cui quelle attualmente sul tavolo delle investigazioni, a cui da ieri partecipa anche l’Interpool, non si incastrano ancora le une con le altre. E a confondere ancora di più le acque, già pericolosamente agitate, un’intervista del gemello di Marcello Dell’Utri, Alberto, rilasciata su La Stampa di questa mattina. «Latitante? No, mio fratello non è un latitante. È un evaso. Perché negli ultimi venti anni è stato come in carcere, dietro le sbarre di accuse assurde, come quelle di connivenza mafiosa. Accuse lontane anni luce dalla sua mentalità»… «È un perseguitato». Contro di lui, sostiene l’intervistato in una appassionata difesa giornalistica, «non ci sono prove. Ci sono solo racconti di pentiti che hanno sentito da altri pentiti di contatti tra mio fratello e ambienti mafiosi». Al massimo – sottolinea Alberto Dell’Utri – il fratello potrebbe essere accusato di «imprudenza» per aver portato «Mangano ad Arcore».

E ancora, rispedendo al mittente l’accusa di latitanza, sull’allontanamento all’estero del fratello, Alberto Dell’Utri spiega: «Non è scappato, è andato in Libano per affari, per il commercio dei cedri. Poi ha avuto problemi di salute e quindi è stato costretto a rimanere fuori per curarsi», ma se sia ancora in Libano «non lo so: era a Beirut fino a martedì 8 aprile, ultimo giorno in cui l’ho sentito». Dunque non sa dire se tornerà per martedì prossimo: «A me ha detto di sì… Ma tanto non cambia niente, perché qualsiasi sia l’esito della sentenz, gli hanno comunque già rovinato la vita».

Convinzioni, ipotesi, deduzioni smentite e contraddette dalle pagine de la Repubblica di oggi dal procuratore generale di Palermo, Luigi Patronaggio. «Che ci fosse un serio pericolo di fuga – spiega – l’ho segnalato più di un anno fa, al momento stesso della sentenza di secondo grado. Sapevamo che si era recato all’estero proprio nei giorni in cui si attendeva la precedente sentenza di Cassazione che aveva annullato la prima condanna; poi c’era la vicenda della compravendita della villa di Santo Domingo, c’erano tanti elementi, ma la Corte non ha ritenuto di doverla accogliere». «Fino a quando non c’era la pistola fumante – prosegue il procuratore generale – non ce lo hanno fatto arrestare, e siamo arrivati troppo tardi: ma se si deve cercare un responsabile, bisogna partire da lontano». Dopo le intercettazioni di marzo, prosegue Patronaggio, «a noi bastava soltanto evitare che lui potesse fuggire all’estero. Per questo abbiamo chiesto il divieto d’espatrio. E poi a decidere erano gli stessi giudici che a marzo 2013 avevano già rigettato la richiesta di custodia cautelare, dovevamo tenerne conto». Ma «non ho nulla da rimproverarmi – sottolinea in chiusura il magistrato – ho fatto tutto quello che si poteva fare, e non dispero. Se Dell’Utri dovesse essere localizzato anche in un paese straniero senza accordi di estradizione, studieremo la strada». Per ora, però, di quella imboccata dall’ex senatore in fuga, si sa poco: a parte forse il tratto iniziale, ricostruito sulla base del racconto di un testimone, che ha dichiarato di aver viaggiato su un volo Parigi-Beirut insieme a Marcello Dell’Utri, all’inizio di aprile. La rotta successiva, però, è tutta ancora da individuare…