Dai capitani coraggiosi ai codardi in mutande: che fine ha fatto l’etica del mare?

L’ultimo atto della tragedia del traghetto sudcoreano Sewol, naufragato nelle settimane scorse, è un video grottesco e, nello stesso tempo, atroce. Vi è documentata la fuga in mutande del capitano Lee Jun-seok,tra i primi a mettersi in salvo malgrado comandasse una nave piena di passeggeri. Sui social network sudcoreani (e non solo) il commento più tenero è “codardo”. La rabbia del Paese asiatico è forte per gli oltre 200 studenti che ancora risultano tra morti e dispersi. E non sono riuscite a placarla neanche le  dimissioni del premier Chung Hong-won per la gestione disastrosa della crisi legata al naufragio. Ma l’immagine di quel comandate di nave che si butta in maglietta e mutande blu su un’imbarcazione di soccorso è dolorosamente emblematica. Il pensiero va immediatamente alla tragedia della Costa Concordia. Ma sarebbe ridicolo sentenziare che anche i coreani hanno il loro Schettino. La riflessione triste è che il ripetersi a distanza di pochi anni di episodi così gravi è il segnale di una caduta morale e diremmo quasi antropologica: la leggenda del mare (e il relativo codice) ne ricevono un forte colpo d’immagine e credibilità. Chi oggi potrà più dire, con la stessa intensità e con la stessa enfasi retorica di prima (anche in contesti assai diversi da quello marino) che il capitano è l’ultimo ad abbandonare la nave che affonda? E tale mutazione risulta tanto più significativa quanto più consideriamo che nell’immaginario collettivo resiste intatto, da 102 anni, il mito del Titanic e del suo comandante, Edward John Smith. Il capitano della “nave più grande del mondo” ne seguì il destino in fondo al mare. Non è ancora accertata la dinamica della sua morte. Alcuni sopravvissuti affermarono di averlo visto su un ponte mentre questo si allagava. Altri ancora dissero di aver visto Smith accompagnare un bambino in una scialuppa e sostennero che, rifiutandosi di salire, il comandante si sarebbe allontanato dicendo: «Addio gente, seguirò la mia nave!». In un modo o nell’altro, è certo che Smith morì come muore un comandate che applica fino in fondo l’etica del mare. Ed è così che il capitano del Titanic è rimasto (e rimane) nella storia della navigazione. Oggi invece le immagini di un naufragio cominciano ad associarsi a quelle di capitani in fuga, piagnucolanti e in mutande. Qualcosa è successo. Speriamo  solo che non sia un triste segno dei tempi.