Cortei via dal centro. Polito: anche l’ordine pubblico è un bene da garantire, come il diritto di manifestare

22 Apr 2014 10:29 - di Redazione

Lo aveva annunciato il ministro degli Interni Angelino Alfano all’indomani dell’ultimo corteo anti-austerity a Roma che si era risolto con i consueti incidenti di piazza: stop alle manifestazioni nel centro storico per prevenire violenze e saccheggi. Un’idea che viene ripresa oggi su un fondo del Corriere della Sera a firma di Antonio Polito, che parte da un concetto base difficilmente contestabile: anche l’ordine pubblico è un bene comune da garantire, esattamente come il diritto di manifestare. Scrive dunque Polito: “In Italia è invalsa una costituzione materiale secondo la quale chiunque può manifestare dovunque, e se poi il corteo diventa violento la colpa è sempre di non meglio precisati infiltrati e provocatori. Al punto che spesso si finisce con l’accusare le forze dell’ordine di aver addirittura organizzato gli incidenti… Non c’è capitale al mondo – continua Polito – in cui si consenta una settimana sì e una no di far sfilare in centro gruppi mascherati e armati. Così si calpesta il diritto, altrettanto costituzionalmente garantito, di centinaia di miglia di cittadini di andare al lavoro e di portare i figli a scuola, senza rischiare di finire all’ospedale o di vedere la propria auto data alle fiamme…”. Si tratta però solo di buoni propositi perché quando un sindaco ha provato – lo ha fatto Gianni Alemanno – a scrivere un’ordinanza per sgomberare il centro dai cortei se l’è vista annullare dal Tar in quanto violava l’articolo 17 della Costituzione. Il dato inoppugnabile è che la crisi dei partiti ha portato con sé anche la decadenza dei vecchi servizi d’ordine, che avevano appunto la funzione di controllare dall’interno e eventualmente frenare le frange violente dei cortei.

Parallelamente al dibattito sui cortei e sulla loro allocazione prosegue anche quello sul comportamento della polizia. Oggi il segretario provinciale di Roma-Consap Gianluca Salvatori difende la sua categoria in una lettera a Repubblica: “Noi celerini – scrive – siamo sdegnati non perché ci avete criticao ma perché non vediamo proporzione tra i nostri presunti errori e gli accertati atti di delinquenza commessi da almeno un migliaio di persone. Perché nessuno ha scritto che dallo sgombero della Montagnola, a Roma, siamo tornati indietro con due colleghi con fratture che guariranno (forse) in almeno un mese? Noi non abbiamo paura dell’identificativo. Ma vogliamo con il numero le stesse tutele e gli stessi poteri dei nostri colleghi stranieri”. Il numero identificativo per gli agenti: ecco invece un dibattito che stenta a decollare.

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