Consumi delle famiglie in caduta libera: colpa della crisi e del minor potere d’acquisto

Famiglie sempre più povere. Il potere d’acquisto dei consumatori, cioè il reddito disponibile in termini reali, secondo l’Istat è sceso anche nel 2013, con un ribasso dell’1,1% rispetto all’anno precedente. In compenso, lo scorso anno è aumentato, anche se in modo “modesto”, il reddito disponibile delle famiglie in valori correnti, con una crescita dello 0,3%. Il 2013 segna, dunque, la sesta caduta consecutiva per il potere d’acquisto delle famiglie: è, infatti, dal 2008, che il reddito reale risulta in diminuzione. Mai prima d’ora, dall’inizio delle serie storiche dell’Istat, la capacità di spesa aveva fatto registrare un così lungo periodo di “depressione”. Non solo, il dato risulta dalle serie Istat il più basso dal 1995. È un valore, espresso in termini reali, riferito al totale delle risorse delle famiglie (non è una media per nucleo). Con il potere d’acquisto, è diminuita anche la spesa delle famiglie per i consumi finali, che ha segnato una caduta dell’1,3%, mentre è cresciuta la propensione al risparmio, pari al 9,8% nel 2013, cioè l’1,4% in più rispetto all’anno precedente. Di contro nel quarto trimestre dell’anno si alleggerisce leggermente la pressione fiscale, che è risultata pari al 51,5%, lo 0,3% in meno rispetto allo stesso periodo del 2012. La media annua si ferma invece al 43,8%, in flessione dello 0,2%. La pressione, avverte l’Istat, è “fisiologicamente” più alta negli ultimi mesi dell’anno, perché in questo periodo si concentrano i pagamenti al fisco. Scendono contemporaneamente anche le entrate totali dello Stato, diminuite nel 2013 dello 0,3%, con un’incidenza sul Pil pari al 47,7%, cioè stabile sul 2012. Considerando gli ultimi tre mesi dell’anno, l’Istituto di statistica rileva come le entrate siano scese, in termini tendenziali, dell’1,4%. Nel dettaglio, spiegano gli esperti, «nel quarto trimestre 2013 le entrate correnti hanno registrato una diminuzione tendenziale del 1,9%, per effetto di un incremento dello 0,7% delle imposte dirette e di diminuzioni del 3,7% delle imposte indirette, dello 0,6% dei contributi sociali e del 14,7% delle altre entrate correnti». Le entrate in conto capitale sono invece cresciute del 44,1%, beneficiando anche del gettito delle imposte in conto capitale dove vengono contabilizzati i versamenti una tantum relativi ad alcuni tributi (come la maggiorazione standard del tributo comunale sui rifiuti e sui servizi, riservata interamente allo Stato). Sempre nel 2013 le uscite totali sono diminuite dello 0,5% su base annua, mentre l’incidenza sul Pil è rimasta invariata al 50,6% secondo l’Istat, mentre come nel quarto trimestre il calo è stato del 2,2%. Negli ultimi tre mesi del 2013 le uscite correnti hanno segnato una diminuzione tendenziale dello 0,1%, «come risultato della stazionarietà dei redditi da lavoro dipendente, delle diminuzioni del 2,4% dei consumi intermedi e del 9,4% degli interessi passivi e di aumenti del 2,6% delle prestazioni sociali in denaro e dello 0,2% delle altre uscite correnti». Le uscite in conto capitale hanno invece segnano una flessione del 26,5% in termini tendenziali, «a seguito – hanno spiegato all’Istat – di diminuzioni del 16% degli investimenti fissi lordi e del 41,8% delle altre uscite in conto capitale». L’Istat dice inoltre che nel 2013 il rapporto deficit-Pil senza le operazioni di swap è pari al 2,8%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali sul 2012. Includendo le operazioni sui derivati si arriva al 3%, dato valido ai fini dei parametri Ue per le procedure su deficit eccessivo.