Ci resta poco tempo, ma possiamo ancora risalire e lanciare il guanto di sfida

Il fuorionda tra la Gelmini e Toti sullo stato psico-fisico di Berlusconi e le sue angosce per la tenuta elettorale di Forza Italia danno il senso del clima che si respira nel partito. Non è che ci voglia poi tanto per rendersene conto. Né mancano ragioni obiettive per cogliere nella sua reale portata la condizione di prostrazione e   di amarezza in cui versa l’ex presidente del Consiglio. Prostrazione ed amarezza che crescono mano a mano che si avvicina la fatidica data del 10 aprile, giorno in cui si terrà l’udienza per stabilire termini e modalità con le quali  dovrà scontare la pena. Finora però, anche se non sono mancati segnali al riguardo, gli umori celati e palesi dell’uomo di Arcore si erano ancora mantenuti in una sorta di limbo della riservatezza. Al riparo da occhi indiscreti, quegli umori erano stati intuiti più che raccontati, carpiti nelle sfumature piuttosto che colti nella loro effettiva e profonda essenza. Se a parlarne, con superficiale ma umana debolezza, è la persona che Berlusconi ha voluto al suo fianco, dopo il “tradimento” di Angelino Alfano, non c’è dubbio che il discorso assume ben altra portata. È la prova provata del disagio compulsivo che agita le notti del Capo. La dimostrazione inequivocabile di uno stato confusionale. Per la prima volta da quando decise nel lontano 1994 di scendere in campo, stretto tra la morsa dei provvedimenti restrittivi sul piano giudiziario e la difficile navigazione di un patto con Renzi che, stando ai sondaggi, sembra portare acqua solo e soltanto al mulino dell’ex sindaco di Firenze e del Pd, Berlusconi non sa che pesci pigliare. Esattamente quel che ha confessato a Mariastella Gelmini il fido Giovanni Toti, in un colloquio che non è sfuggito alle telecamere. E’ l’ammissione implicita di un errore di valutazione politica nel tendere la mano a Renzi, covando la speranza che, alla lunga, l’azzardo sarebbe stato premiato. Insomma, da quelle parti si era convinti che il gioco valesse la candela; che le divisioni interne al Pd avrebbero fatto saltare il tavolo di un “riformismo” mal digerito dalla vecchia guardia; che  una opposizione “responsabile” avrebbe messo in un angolo il Nuovo centrodestra nato da una costola del Pdl; che la legittima aspirazione di essere annoverato tra i padri fondatori della Terza Repubblica , avrebbe di fatto cancellato ombre e sospetti sulla caratura di statista di un uomo che, smessi i panni dell’imprenditore, si è tuffato per venti anni nell’agone politico con una encomiabile energia e una vis operandi  fuori dal comune. Tutti questi elementi si stanno rivelando un boomerang micidiale.  La percezione dello stato di  insolubilità per Berlusconi, la cui indole e natura  sono quelle di chi è portato a menare la danza , è la peggiore costrizione cui gli è dato soccombere. Un pugno nello stomaco. Un capovolgimento di ruoli e un rimescolamento tattico, tra lui e Renzi, che non lasciano ben sperare in termini di raccolta di consensi e di prospettive future. Anche la vena antieuropeista per contrastare la Merkel e la tecnofinanza di Bruxelles, in queste condizioni, sembra  appannarsi e non fornire risultati utili.  È come se il cavallo rifiuti la biada. E non  si capisce se il problema sia il cavallo o la biada che non è buona. Eppure, nonostante il logoramento, gli errori commessi, le cadute di stile e gli incredibili contorsionismi per difendere l’indifendibile, c’è ancora spazio per costruire un futuro meno incerto e più soddisfacente su quel versante dello schieramento politico. È lo spazio delle idee e di una cultura aperta  che cotrasti il pensiero unico imperante. Lo spazio di un Progetto per l’Italia intorno a cui si raccolgano opzioni, pulsioni, esperienze, culture nazionali e popolari, spiriti e pensieri liberi. Invece di piangersi addosso o di piangere sul latte versato, è arrivato il tempo di ripensare il centro-destra nel suo complesso. Non, come purtroppo sta accadendo, con la sola, unica ambizione, per quanto legittima, di  superare lo scoglio delle Europee e portare a casa un po’ di seggi per Strasburgo. Ci vuole ben altro. Ci vogliono più umiltà e maggiore lungimiranza. Comprendiamo che non è facile, ma proprio ora bisognerebbe avere il coraggio e la forza di pensare a che cosa costruire, superate le elezioni per l’Europa. Un segnale riunificante, sia pure in prospettiva, potrebbe peraltro incidere sull’elettorato indeciso, frastornato, deluso. Su quella parte cospicua di elettori che alle politiche hanno disertato le urne.  Basterebbe, per esempio, intitolarsi da subito una grande iniziativa che chiami a raccolta le menti migliori e più prolifiche di quel che c’è in giro nel mondo intellettuale, artistico, scientifico, economico, imprenditoriale, politico  per metter su una fase costutiva del tutto nuova. Nuova nella forma,  nei contenuti, negli stessi protagonisti. Una fase di elaborazione e di costruzione di un luogo comune nel quale convogliare tutti i soggetti della diaspora che ha frantumato il centrodestra italiano e non  solo loro. Un luogo di confronto e di individuazione di linee politiche e programmatiche condivise. Un luogo dal quale vengano bandite banalità, luoghi comuni, isterie, insipienze propagandistiche e castronerie varie. Una sorta di Conclave permanente dell’ alta  politica. Dove l’altezza non è misura di arroganza, alterigia e presunzione. Bensì vetta da cui scrutare l’orizzonte e su cui salire per respirare aria pura. Ecco, invece di tormentarsi nella sempre più difficle ricerca di una strategia di uscita dalla situazione in cui si è cacciato e lo hanno cacciato, Silvio Berlusconi potrebbe essere proprio lui l’artefice di una tale impresa. È un consiglio non richiesto che ci permettiamo di dare. Il tempo che resta è davvero poco. Ma ancora sufficiente per gettare le basi di una impresa che lascerebbe il segno.