Celebrato il 25 aprile, una ricorrenza nazionale che è parte di una memoria storica non condivisa

Arriva a piedi da Palazzo Chigi al Vittoriano Matteo Renzi, dove è appena cominciata la cerimonia per il 25 aprile con il capo dello Stato, certo non prima di aver twittato il suo rituale messaggio quotidiano, che – nella ricorrenza del 69/o anniversario della Liberazione – non poteva non essere «Viva l’Italia libera».Ad accogliere Giorgio Napolitano, subito dopo la deposizione di una corona di alloro sull’Altare della Patria, oltre al premier, il presidente del Senato Pietro Grasso, il ministro della Difesa Roberta Pinotti e il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti. Una commemorazione istituzionale, che Renzi ha commentato anche in un intervento sul 25 aprile pubblicato sull’Unità, dove il premier esordisce scrivendo che «ci sono ancora occhi che, oggi, possono testimoniare ciò che accadde ieri»… E ancora: che «grazie a quel passato, oggi possiamo immaginare il nostro futuro, e immaginarlo con fiducia: l’ottimismo che deve accompagnarci non è dunque un auspicio, un io-speriamo-che-me-la-cavo, ma è la certezza di poter contare su radici come queste».
Già, radici come queste, come quelle comuni a tutte le nazioni, e non solo le grandi potenze, che celebrano la loro unità e indipendenza in una data simbolica: in qualche caso si tratta di solennizzare un atto (il deposito di una carta costituzionale, una dichiarazione di indipendenza); in qualcun altro si commemora il giorno di una battaglia, o l’inizio di una rivoluzione; in altri ancora “quel giorno” è il giorno di una vittoria su di un nemico esterno. Anche l’Italia, come sappiamo tutti, ha scelto il “suo” giorno, quello destinato a celebrare, appunto, l’origine e il fondamento della Repubblica: e questo giorno cade, come noto, il 25 aprile. Si tratta della data in cui fu liberata Milano dalle truppe tedesche e dalle milizie repubblicane, e il Cln diffuse la notizia dell’assunzione di tutti i poteri sul territorio della Repubblica Sociale Italiana, proclamata decaduta. E, allora, è forse il caso di ricordare che le operazioni militari della Resistenza a supporto degli alleati ebbero il carattere non solo di “guerra di liberazione”, ma anche di “guerra civile”. Un conflitto che ebbe, perfino all’interno della Resistenza stessa, episodi di feroce contrapposizione, tra partigiani comunisti e non comunisti, e che ebbe strascichi cruenti a danno di fascisti, o presunti tali, perfino dopo la fine delle ostilità. E allora potevano essere scelte altre date, ad esempio fra quelle dell’epopea risorgimentale: una per tutte, il ricongiungimento di Roma al territorio nazionale, dopo la breccia di Porta Pia. Oppure, quella dell’entrata in vigore della Costituzione. Ma no: si è preferito celebrare la vittoria di una parte del popolo italiano, a danno dell’altra, soccombente in un conflitto mondiale.
Da qualche anno, però, diminuita la temperatura dell’enfasi resistenziale, si tende a porre l’accento sull’esigenza di riconciliare, di ricucire, di condividere la memoria storica. In fondo, si tratta di un processo analogo a quello sviluppatosi in Francia, dove pure si celebrano la sanguinosa caduta di un regime e l’avvio di una guerra civile sfociata nell’instaurazione di un impero. Senza contare che la celebrazione di una vittoria – oltretutto dalle sembianze ambigue – nei confronti di quello che pochi anni dopo sarebbe diventato, e ancora oggi è, un Paese “amico”, specialmente nel quadro di un’Europa che, giustamente, si fa vanto di essere riuscita a bandire la guerra dal proprio territorio, appare quanto meno anacronistica: sarebbe come solennizzare il trionfo di Scipione a Zama contro gli antenati dei nostri “amici” di oggi tunisini…