Aumentano le liste e i candidati sindaci. E se fosse un sintomo di disgregazione?

Frammentazione o maggiore partecipazione? La domanda non è fuori luogo. Tutt’altro. Basta gettare uno sguardo alla miriade di liste e listarelle ed al numero impressionante di candidati sindaci che si sono presentati nei Comuni di ogni ordine di grandezza per suggerire più di qualche riflessione. Ci sono capoluoghi come Perugia e Terni, in Umbria, dove la carica dei potenziali amministratori ha toccato livelli numerici mai visti in passato. A Perugia, per esempio, sono state presentate 16 liste e sei candidati a primo cittadino. A Terni, con poco meno di 70 mila elettori, le liste sono 23 e i candidati a sindaco 12. Se si scorre l’elenco dei Comuni più piccoli, il fenomeno, proporzionalmente, non diminuisce. Si dilata. A Foligno, Orvieto, Gubbio, Gualdo Tadino, Marsciano, la proliferazione di liste e candidati sindaci conferma divisioni profonde nel tessuto politico locale. Più diminuiscono gli abitanti e si riduce il corpo elettorale, più cresce l’ambizione di “correre” e mettersi in gioco.
Abbiamo fatto l’esempio dell’Umbria, ma il dato è generale. Riguarda l’intera Penisola. Tocca il Nord, il Centro, il Sud. Come se il Municipio fosse improvvisamente diventato oggetto dei desideri, la conquista di un seggio in Consiglio comunale un sogno da realizzare, la carica di sindaco una ambizione irrefrenabile da cogliere. Eppure, con la legge che ha diminuito il numero dei consiglieri, gli spazi si sono  ampiamente ridotti. Tutto è diventato più difficile. Nel clima di sbandamento generale che pervade l’elettorato, conquistare un  voto di preferenza personale non è facile per nessuno. Ma è come se questa consapevolezza sia venuta meno. Si avverte anche qui, in una corsa irrefrenabile verso un seggio purchessia, il vuoto lasciato dalla politica e dai partiti. Certo, sarebbe sbagliato generalizzare, ritenere che tutte le situazioni locali siano similari, che non ci siano progetti, idee, proposte più o meno intelligenti nella testa dei candidati e nei programmi che in queste ore riempiono opuscoli e scorrono fluenti nei social network, nella galassia delle reti e della interconnetività. Ci sono candidati validi e proposte di governo utili in ogni dove.
Il problema però che segnaliamo è un altro. Qui si tratta di riflettere sulla parcellizzazione, sulla frammentazione indotta dall’assenza di quei riferimenti politici e di partito che, tradizionalmente, hanno sempre scandito il vivere sociale e collettivo di una comunità. In questo senso, il fenomeno appare contraddittorio e, per molti versi, sintomo di disgregazione comunitaria. Contraddittorio perché esalta, apparentemente, una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, mentre, di fatto, limita fortemente il “valore”  democratico in termini di legittimazione. Non è un paradosso. Prendiamo i Comuni al di sotto dei ventimila abitanti dove chi arriva primo vince, e praticamente si aggiudica la maggioranza del Consiglio. Tra astensionismo (in aumento) e frammentazione di liste, accade che si governi rappresentando un quarto, un quinto di elettorato. Così il tessuto democratico si slabbra e il senso comunitario si affievolisce. Siamo convinti, non da oggi, che per ridare senso alla Politica e rianimare un popolo frastornato e deluso occorra ripartire dal territorio, ridando valore alla identità dei luoghi e significato agli interessi comunitari, ma per far questo occorre sviluppare nuova e forte capacità aggregativa, una ben definita fisionomia progettuale, una visione ampia e diffusa degli interessi generali da salvaguardare. Troppi personalismi rappresentano una iattura. Era il ruolo anticamente colmato dai partiti. Riusciremo a riempire questo vuoto? La domanda non è superflua.