Arrestati 24 secessionisti veneti, 51 indagati. Con un trattore corazzato volevano assaltare piazza San Marco

Per qualcuno sono pericolosissimi terroristi secessionisti dotati perfino di un carro armato autocostruito sulla scocca di un trattore, guidati da un progetto eversivo e pronti a compiere attentati, anche a Equitalia, assalti e occupazioni in nome dell’indipendenza. Per qualcun altro sono patrioti, persone perbene, uomini di cultura, lavoratori indefessi, addirittura «punti di riferimento per coloro che si battono per una Europa delle identità e delle libertà».


C’è qualcosa che non torna nel clamoroso blitz, su ordine della magistratura di Brescia, che ha portato all’arresto, da parte dei Ros dell’Arma, di 24 persone in tutta Italia, fra cui l’ex-sottosegretario agli Esteri del primo governo Berlusconi, Franco Rocchetta, accusate di vari reati, fra cui l’articolo 270bis, cioè terrorismo, e di aver creato una struttura articolata e, in parte, segreta, che avrebbe raccolto attorno a sé i malumori delle sigle regionali dell’independentismo – dai sardi di Disubbidientzia ai veneti del movimento Serenissimi, a quelli di Veneto Stato fino agli indipendentisti di Brescia Patria – per dare una spallata all’odiato Stato centrale.
Rocchetta, già fondatore della Liga Veneta, ex-parlamentare e di recente fra i promotori del referendum per la secessione del Veneto, non è solo molto conosciuto ma, anche molto apprezzato. Le dichiarazioni a suo favore si sono moltiplicate nel giro di poche ore.
Gli arresti hanno, prima di tutto, provocato un putiferio di dichiarazioni a favore di molti degli arrestati. E hanno indotto la Lega e altre sigle ad annunciare manifestazioni di protesta per l’operazione e di solidarietà per gli arrestati con chiamate alla mobilitazione civile.
Insomma l’operazione rischia di trasformarsi in un boomerang, se non in una figuraccia a reti unificate per lo Stato soprattutto dopo l’ultimo referendum sul secessionismo veneto.
Le intercettazioni che trapelano restituiscono un clima da commediaccia goliardica all’italiana. Il bresciano Giancarlo Orini, tra i secessionisti arrestati e definito dai magistrati ex-appartenente alla «frangia più radicale della Lega Nord» viene ascoltato il 15 giugno 2012 dai carabinieri. Che annotano doviziosamente il colloquio surreale fra lui e un altro tizio: «Ma è arrivato il momento di combattere, ragazzo… se stiamo qui a aspettare, qui tra poco salta tutto». L’interlocutore risponde: «Male che vada nella peggiore delle ipotesi ci troviamo a casa mia a tagliare su un salame…». E Orini replica: «No, più che tagliare il salame noi abbiamo bisogno di caricare i candelotti di dinamite». Chiacchiere da bar, al più da fila alla posta in attesa di pagare la multa o il canone Rai, entrano nell’inchiesta  per irrobustirne il castello accusatorio.
Scatenando la furibonda reazione di leghisti e secessionisti veneti.
Nelle ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip del Tribunale di Brescia su richiesta della Procura bresciana, sono contestati ai 51 indagati i reati di associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico e fabbricazione e detenzione di armi da guerra. I carabinieri hanno eseguito diverse perquisizioni a carico di altri 27 indagati, fra cui, uno dei più noti, l’indipendentista di Terralba, Salvatore “Doddore” Meloni buttato giù dal letto alle cinque del mattino dai militari che gli hanno sequestrato computer e cellulari. Secondo le indagini del Ros, le persone arrestate avrebbero fatto parte di un «gruppo riconducibile a diverse sigle di ideologia secessionista che aveva progettato varie iniziative, anche violente, finalizzate a sollecitare l’indipendenza del Veneto e di altre parti del territorio nazionale dallo Stato italiano».
La prova regina è un “tanko”, un trattore trasformato in carro armato – o, almeno, quello avrebbe dovuto essere – blindato con lastre di ferro saldate dai volenterosi artigiani della secessione in una magazzino di Casale di Scodosia, nel Padovano e che, nella ricostruzione dei magistrati, sarebbe dovuto servire «per compiere un’azione eclatante a Venezia, in piazza San Marco». Un accrocco di indefinibile bruttezza che difficilmente avrebbe resistito alla prima mazzata fatta bene. E subito la memoria torna a quel 9 maggio 1997, quando, in un’atmosfera degna di Carnevale, un gruppo di “Serenissimi” fece il suo ingresso – indisturbati ospiti – in piazza San Marco con un “tanko” gemello” per poi salire sul famoso campanile prima di essere sgomberati in quattro e quattr’otto dalle forze speciali. Luigi Faccia e Flavio Contin, i due “Serenissimi” che quel giorno erano lì in piazza San Marco e furono arrestati, oggi, con la nuova operazione dei Ros, sono tornati dietro le sbarre.
Insomma la storia, cioè la commedia, si ripete.
I provvedimenti della magistratura hanno colpito, fra l’altro, il presidente e la segretaria della Life, l’associazione che avrebbe avuto un ruolo particolarmente attivo nel periodo di contestazione dei cosiddetti forconi dell’8 dicembre scorso. Insomma il substrato della vicenda riflette quel malcontento che ha poi generato un autunno e poi un inverno di contestazioni per la crisi che morde la povera gente.
«Effettivamente mi hanno riferito questa mattina di un continuo viavai di carabinieri, ora capisco il perché», non si stupisce Renato Modenese, ex-sindaco di Casale di Scodosia dove è stato trovato il trattore-carroarmato. «Ho sentito parlare di arresti e di un tanko – aggiunge Modenese – se devo essere sincero Casale purtroppo in questi ultimi anni ha subito una forte depressione economica rispetto agli anni d’oro, una crisi molto più profonda di quella descritta delle medie nazionale. In situazioni del genere è comprensibile che possano accadere cose di questo tipo, quando c’è malumore e malcontento e iniziano difficoltà economiche può succedere anche questo».
«Aiutano i clandestini, cancellando il reato di clandestinità, liberano migliaia di delinquenti con lo svuota-carceri, e arrestano chi vuole l’Indipendenza. Siamo alla follia. Se lo Stato pensa di fare paura a qualcuno, sbaglia», gli fa eco su Facebook il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini.
«Lo stato italiano ha perso la testa di fronte al processo democratico e pacifico decretato dall’89,10 per cento degli elettori nel referendum di indipendenza del Veneto», rincara la dose Gianluca Busato di “Plebiscito.eu“, la realtà venetista che ha lanciato la consultazione online per l’indipendenza del Veneto.
«Apprendiamo notizie – rileva Busato esprimendo solidarietà e vicinanza agli arrestati, tra i quali Franco Rocchetta  – che stanno già assumendo i connotati del ridicolo e dell’indecenza, a proposito di arresti di patrioti veneti. Sono questi gli ultimi rantolii dello Stato italiano criminale, ladro e violento».
«Si proponevano l’indipendenza dallo Stato italiano con il ricorso a metodi violenti e all’insurrezione popolare – rilancia il procuratore di Brescia, Tommaso Buonanno – Il gruppo era stato fondato nel maggio del 2012 e riuniva esponenti di “Brescia patria” e del “Movimento separatista Veneto stato”. Il programma si rifaceva, prevedendo però anche metodi violenti, al gruppo della “Serenissima”».
Perfino il sindaco di Silea, Silvano Piazza, area Centrosinistra, esprime qualche perplessità: «C’è una strana coincidenza fra la protesta dei cittadini veneti, a vari livelli, e questo intervento della magistratura». Il 20 marzo scorso Silea ospitò in uno degli spazi municipali la conferenza stampa di Gianluca Busato, leader di “Plebiscito.eu“promotore del referendum on line sull’indipendenza del Veneto. Fra i presenti, quel giorno, c’era anche il fondatore della Liga Veneta, Franco Rocchetta, oggi arrestato. Piazza disse di essere contrario all’ipotesi di separazione del Veneto dall’Italia perché «la buona politica è quella che unisce» ma affermò anche di aver partecipato al referendum, riconoscendo il diritto dei cittadini ad esprimersi su qualsiasi argomento.
«Mi sorprende la notizia dell’arresto di Rocchetta – dice ora Silea – e non ne conosco la ragione. Proprio ieri sera ho trovato una sua chiamata persa sul mio cellulare, a questo punto mi dispiace non essere riuscito a rispondere». Quanto all’iniziativa della magistratura bresciana, Piazza tuttavia rileva che «ogni volta che i veneti chiedono rispetto ed uguaglianza nella redistribuzione delle risorse pubbliche, anche attraverso le pressioni organizzate dei sindaci, succede qualcosa che li mette in cattiva luce. Probabilmente – conclude – queste richieste, che non sono un rischio per la democrazia, sono percepite come tali da parte della struttura».