Anche l’Italia renziana vive con imbarazzo la memoria di Gentile

Anche all’Italia renziana non piace la memoria di Giovanni Gentile. Il settantesimo anniversario della sua uccisione, avvenuta a Firenze per mano di un commando gappista guidato da Bruno Fanciullacci, è passato nel silenzio generale. È un’omissione rattristante e, a suo modo, grave. Perché segna una battuta d’arresto, se non una vera e propria involuzione nel processo di ricomposizione della memoria storica italiana. Né ci si venga a dire che, nella incipiente stagione politica renziana (caratterizzata  dal pragmatismo e dall’anti-ideologismo più ostentati e solennemente proclamati), non ci sarebbe spazio per la rievocazione delle pagine più significative della storia  del Novecento. In realtà, del Novecento, l’Italia di oggi non si è affatto liberata, prova ne siano i costanti richiami alle figure dell’antifascismo, della resistenza e della storia della sinistra. È bastato un film di Veltroni per sollevare una grande ondata di nostalgia per la figura di Berlinguer. Nel caso  di Giovanni Gentile cala invece il silenzio. Il fatto è che la sinistra “postideologica” continua a difendere i suoi miti storici per timore di smarrire  la propria identità. L’odierna rimozione  di Gentile è in tal senso sintomatica, dal momento che il filosofo dell’attualismo fu oggetto a suo tempo di un robusto processo di riscoperta culturale; e non pochi furono gli esponenti dell’intellighenzia di sinistra (basterà ricordare Massimo Cacciari, Giacomo Marramao, Salvatore Natoli) che ammisero onestamente quanto fosse stato assurdo l’ostracismo ai danni del pensatore centrale del Novecento italiano. Di Gentile, tutte le culture politiche italiane sono debitrici, a partire dallo stesso gramscismo: senza l’idea gentiliana del pensiero come “atto” dello spirito non sarebbe stata possibile la “riforma” del marxismo operata dall’intellettuale sardo, quella che appunto assegnava all’azione in ambito culturale un ruolo strategico per la conquista del consenso politico e per l’efficacia dell’azione di trasformazione rivoluzionaria della società.

Una serena rilettura del pensiero di Gentile sarebbe inoltre raccomandabile per rilanciare la cultura dello Stato nel tempo dell’attacco alle istituzioni proveniente da più direzioni: da quella, ideologica, del liberismo sfrenato a quella, più interna e insidiosa, che arriva dalla corruzione, dall’illegalità e dall’inquinamento criminale. Nel suo testamento spirituale, Genesi e struttura della società, Gentile scrive che lo «Stato è una sostanza etica». Quasi cinquant’anni dopo, un altro martire civile, Giovanni Falcone, espresse in un libro testimonianza,  Cose di Cosa Nostra, un concetto non dissimile: «Lo Stato è un valore interiorizzato». Probabilmente non aveva letto le opere del filosofo dell’attualismo. Ma il senso della statualità e il sentimento patriottico erano gli stessi.