Alstom e AstraZeneca agli americani, Alitalia agli arabi. E’ il declino del “patriottismo industriale” europeo

Sul destino della multinazionale francese Alstom sono in gioco partite diverse e decisive. Come pure sul futuro di Alitalia, in Italia, e di quello della londinese AstraZeneca, raggiunta da una offerta colossale di acquisto (cento miliardi di euro) da parte del colosso americano Pfizer, proiettato a creare il più grande gruppo farmaceutico del mondo e a controllare, in regime di monopolio, il settore dei farmaci anticancro di nuova generazione. Si tratta, come è ovvio, di settori industriali diversi, ma dal rilevante valore strategico. Non solo per l’economia dei singoli Stati, bensì per l’Europa intera. Nel Vecchio Continente le unghie della globalizzazione stanno graffiando e rastrellando colossi industriali che, in passato, hanno beneficiato di un solido e impenetrabile protezionismo pubblico. Sarkozy, da ministro dell’Interno, si fece in quattro per aggirare i vincoli di Bruxelles sulla libera concorrenza e mantenere in mani francesi la più importante industria europea del ferroviario. Di Alitalia e del suo passato si conoscono soprattutto i danni provocati da insensate politiche di risanamento, sempre garantite dalle tasche di Pantalone e maldestramente affidate a improbabili cordate di capitani industriali poco coraggiosi e di  management scarsamente affidabili. Ora che finalmente una lettera della compagnia araba Etihad sembra poter riaprire la trattativa, dopo le resistenze sindacali sugli esuberi (la richiesta è di una uscita secca di 3 mila dipendenti) e la disputa sul debito pregresso, in parte da azzerare e in parte da convertire in azioni, in sede governativa si tira un respiro di sollievo. Come se bastasse la mossa di Abu Dhabi a rasserenare gli animi. Quella della nostra compagnia di bandiera è una catastrofe annunciata. Della famosa italianità, alla fine, resterà poco o nulla. Ma torniamo all’Alstom.
In un comunicato aziendale la multinazionale d’Oltralpe fa sapere di aver accettato l’offerta di 12 miliardi di dollari lanciata dalla General Electric. Il colosso americano mira a rafforzare il suo primato nel business energetico, acquisendo un gruppo che peraltro garantirebbe consistenti risparmi fiscali, grazie ad un più conveniente regime di tassazione rispetto a quello statunitense. Non solo. L’operazione Alstom-General Electric soppianta l’ipotetico asse franco-tedesco, caldeggiato dall’ala socialista più radicale e statalista del governo Valls, incarnata dal ministro Montebourg, lo stesso che aveva convocato il managment di Alstom accusandolo di aver taciuto, se non mentito, sull’arrivo dei conquistatori americani. E’ su questo versante che si sta consumando il declino di quel “patriottismo industriale” di cui la Francia, con la sua idea di “Grandeur”, andava fiera sino a ieri. In verità, si trattava soltanto di un’arma spuntata. Come sono spuntate le armi inglesi e quelle italiane al cospetto dello shopping forsennato che sta scompaginando il quadro industriale europeo, desertificando un tessuto industriale di valore storico e dal contenuto tecnologico avanzato. Sono gli effetti della Globalizzazione? Certamente. Ma in gioco, soprattutto nel settore energetico, ci sono anche i nuovi rapporti di forza che si vanno delineando tra la Russia di Putin e l’America di Obama, dopo la faccenda ucraina. Ed è tremendamente triste vedere come l’ Europa sia soltanto un vaso di coccio tra vasi di ferro.