A Torino una donna muore dopo l’aborto con la RU486. Primo caso in Italia, negli Usa era accaduto otto volte

Una mamma di 37 anni è morta all’ospedale Martini di Torino dopo un’interruzione di gravidanza tramite la pillola abortiva RU486. Un triste primato, il suo: si tratterebbe del primo episodio del genere in Italia, che si aggiunge al primo caso in Europa, avvenuto in Francia nel ’91, mentre negli Stati Uniti sono già stati registrati otto decessi dovuti ad intolleranza letale al farmaco.

Il caso, anticipato stamattina dal quotidiano La Stampa, è stato confermato dalla direzione dell’ospedale, dunque la procura di Torino ha disposto l’autopsia prevista per questa mattina.

L’iter abortivo seguito, sostengono medici e paramedici del nosocomio piemontese, è stato quello canonico: la donna, madre di un altro bambino – per cui l’ospedale ha messo a disposizione un supporto psicologico – aveva deciso per l’interruzione volontaria della gravidanza e – come la procedura vuole – qualche giorno fa le era stato somministrato del mifepristone, la sostanza che blocca la gestazione nell’arco di 48 ore. Poi, come da protocollo, un paio di giorni dopo la donna si era recata in ospedale per una seconda somministrazione, questa volta di prostaglandina, che ha invece il compito di provocare le contrazione uterine necessarie alla soppressione dell’embrione e alla eliminazione della mucosa. «In entrambi i casi – riporta La Stampa – la signora è stata visitata, sottoposta a ecografia, e nulla di anomalo o sospetto è stato mai rilevato, sottolineano in ospedale». Solo che quattro ore dopo l’aborto farmacologico, lasso di tempo in cui alla donna è stato somministrato anche un antidolorifico, la paziente ha cominciato ad accusare una crisi respiratoria. L’intervento tempestivo, e i controlli successivi, hanno permesso di riscontrare una fibrillazione ventricolare, in altri termini: una aritmia che provoca contrazioni cardiache irregolari. Poi, la situazione precipita: l’arresto cardiaco. Il ricorso al defibrillatore.

Il cuore riprende a battere, la donna riprende conoscenza, viene rtrasferita in rianimazione e monitorata. Nella tarda serata, però, soccombe a una nuova, più grave crisi, e dopo venticinque minuti di disperati tentativi di salvarla, il cuore si ferma per sempre.

I medici si difendono: «Negli esami non c’erano anomalie». Confermano: «Possiamo garantire di aver rispettato il protocollo per l’aborto fin dall’inizio». Il “padre della pillola abortiva”, il ginecologo Silvio Viale, nel tentativo di negare ogni addebito possibile alla procedura abortiva, e all’utilizzo delle sostanze che in essa sono previste, osserva come sono «decine di milioni le donne che hanno assunto la RU486 nel mondo, e 40.000 in Italia». Poi però aggiunge: «L’episodio ricorda la prima e unica morte in Francia nel 1991, agli inizi del suo uso, che indusse a modificare il tipo di prostaglandina per tutti gli interventi abortivi introducendo il misoprostolo (Cytotec)». Non tralasciando di specificare che «sono gli altri farmaci, gli stessi che si impiegano per le IVG chirurgiche, i maggiori sospettati di un nesso con le complicazioni cardiache».

Ora, che sia stata la RU486 che Viale, che dirige il principale servizio italiano per IVG presso l’Ospedale Sant’Anna di Torino, scagiona senza riserve affermando «che non vi è alcun nesso teorico di causalità con il mifepristone, perché non ci sono i presupposti farmacologici e clinici». Che sia stato un altro principio attivo, o l’associazione di sostanze diverse, il destino, la sfortuna, un qualunque fattore x imponderabile e imprevedibile, cambia poco.

La famiglia al momento non ha sporto denuncia, e l’autopsia certificherà le motivazioni della morte, indicando se la RU486 potrà essere individuata come la causa, diretta o indiretta, delle complicazioni che hanno portato al decesso della giovane mamma. Resta il fatto, però, al di là della casistiche, che oggi, una donna che si era sottoposta a un’interruzione di gravidanza con una pillola arrivata dopo anni di battaglie politiche e di durissimi scontri ideologici – che hanno portato il centro destra sempre in trincea contro la sperimentazione e poi l’adozione del farmaco – non c’è più: capire come e perché, non allevierà certo il dolore dei suo familiari, il dramma di una grande perdita.