A 41 anni dal rogo (impunito) di Primavalle, un corteo e una corona di fiori per Stefano e Virgilio Mattei

Nel giorno dell’anniversario due commemorazioni ricordano il rogo di Primavalle: un corteo, alle 18, attraverso le strade del quartiere e una deposizione di fiori, in mattinata, da parte del sindaco di Roma Ignazio Marino. «Ricordo molto bene quegli anni e ho una sola riflessione: che la violenza deve essere condannata in ogni sua forma e attrae soltanto altra violenza», ha detto Marino, che ha incontrato la sorella di Virgilio e Stefano Mattei, morti a 22 e 8 anni, avvolti dalle fiamme appiccate alla loro casa da militanti di Potere operaio. Il sindaco, davanti a quella che fu la casa dei Mattei, nel complesso popolare di via Bernardo da Bibbienna, ha parlato di «memorie terribili, che devono essere coltivate affinché questa violenza venga cancellata e non accada mai più». A 41 anni da quel delitto, avvenuto il 16 aprile 1973, questo riconoscimento delle istituzioni è l’unica forma di “giustizia” concessa a quei due ragazzi e a quella famiglia dilaniata per la solo colpa di essere missina. Benché identificati e condannati, i colpevoli, Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, non hanno mai fatto un giorno di carcere. Ci sono responsabilità precise in questo, prima fra tutte il clima complice in cui quel delitto si consumò. Erano gli anni in cui si diceva non solo che “uccidere un fascista non era reato”, ma anche che se qualche “fascista” moriva ammazzato doveva essere stato ucciso da altri “fascisti”. Fu proprio questa la prima lettura che venne data del rogo: una faida interna al Msi, tesi supportata e diffusa dall’opuscolo Primavalle: omicidio a porte chiuse, prodotto da Potere operaio e ripreso come fonte credibile dal Messaggero. Ne derivò una campagna innocentista battente che, forse, non fu nemmeno estranea all’assoluzione in primo grado per insufficienza di prove. Ma la vicenda processuale a carico dei tre esponenti di Potere operaio fu compromessa anche da un altro vizio di fondo: all’accusa di strage furono preferiti i capi d’imputazione, infinitamente più lievi e non commisurati a quanto era accaduto, di incendio colposo e omicidio doloso. In secondo grado la difesa riuscì a ottenere un’accusa più grave, ma comunque lontana dal rispondere alle responsabilità oggettive dei tre. Lollo, Clavo e Grillo furono accusati di omicidio preterintenzionale. Il tribunale, quindi, la smise di considerare la morte di Stefano e Virgilio Mattei alla stregua di un incidente stradale, ma non la smise di considerarla una sorta di tragica fatalità. Per questo i tre esponenti di Potere operaio, invece che con l’ergastolo, se la cavarono con una condanna a 18 anni, di cui non scontarono neanche un giorno: con la complicità di Soccorso rosso riuscirono a darsi alla latitanza, facendo perdere le loro tracce. Ma c’è di più: proprio per il tipo di reato imputato i tre poterono contare anche sulla prescrizione, avvenuta all’inizio degli anni Duemila quando, con un tempismo perfetto rispetto alla possibilità di restare impunito, Achille Lollo tornò a farsi sentire, rilasciando interviste da quel Brasile che ha garantito l’impunità anche a un altro assassino di quegli anni: Cesare Battisti.