Uscire dall’euro non è più un’eresia. In tanti raccolgono la sfida della Meloni

Qualcuno ha lanciato l’amo in tempi non sospetti e adesso, a ridosso dalle europee di maggio, le critiche alla moneta unica non sono più pericolose eresie, si sedimentano, vengono messe nero su bianco da quotati economisti (come Giacinto Auriti che ha parlato di “truffa del signoraggio”) fino a contagiare anche movimenti distanti dai tradizionali partiti che da sempre cavalcano la bandiera euroscettica contro lo straniero. È in  gioco non solo il portafoglio degli italiani, ma la sovranità monetaria messa a dura prova dal potere di un’Europa burocratica e oligarchica che privilegia l’interesse di pochi. La possibilità di uscire dall’euro è un tema centrale della piattaforma programmatica di Fratelli d’Italia, che dal palco del congresso di Fiuggi ha puntato i riflettori sulla necessità di cambiare marcia e far pesare a Bruxelles gli interessi nazionali. Gli italiani sembrano più avanti degli inquilini del Palazzo e non hanno molti dubbi sulla materia, soprattutto quelli con il cuore che batte a destra che hanno partecipato alle “primarie delle idee” proposte dal partito guidato da Giorgia Meloni: oltre il 70 per cento ha risposto sì al primo quesito dei dieci proposti che chiedeva “sei favorevole o contrario all’uscita dell’Italia dall’euro se non vengono rinegoziati gli accordi europei che rendono l’Italia subalterna alla Germania della Merkel e alle burocrazie di Bruxelles?”. Alla percezione dell’euro come “fregatura” si aggiunge nell’opinione pubblica il crollo progressivo della fiducia nell’Europa, che si è dimezzata rispetto al 2000, l’anno “tragico” dell’introduzione dell’euro grazie al capolavoro prodiano. «A queste condizioni l’Italia non ha interesse a rimanere nella moneta unica, ci conviene uscire», ha ripetuto oggi  la  Meloni, «poiché senza di noi l’Europa crolla, può essere che minacciando l’uscita dall’euro qualcuno si renda conto che le cose così non vanno e occorre cambiarle». Quella di Fratelli d’Italia, però,  non è una provocazione in cerca di applausi, è una campagna politica, una stella polare nella visione di un’Europa diversa, molto distante dalle posizioni grilline a suon di slogan conditi di demagogia, «noi vogliamo portare a casa dei risultati nell’interesse della nazione, loro tirano solo a sfasciare tutto». Il punto è restituire all’Italia la propria sovranità della quale è stata spogliata, «non ci stiamo a essere considerati come la Grecia». Molto attivo sul piano internazionale è l’eurodeputato Marco Scurria che ha presentato al Parlamento europeo un’interrogazione sulla natura giuridica dell’euro sospettando una truffa nel passaggio dalla fase dell’emissione delle banconote (che appartiene all’Eurosistema, quindi alla Bce e alla Banche centrali nazionali) a quella della circolazione, che appartiene  al titolare del conto sulle quali vengono addebitate. E che il sistema dell’euro sia viziato all’origine lo pensa  non da oggi Mario Giordano che all’argomento ha dedicato il suo ultimo libro dal titolo eloquente Non vale una lira, sprechi, follie così l’Italia ci affama. Il direttore del Tg4 ed editorialista di Libero si avvale di un report inedito firmato da un pool di economisti di Mediobanca che dimostrano, numeri alla mano, come il sistema dell’euro poggi su «un gioco a somma zero i cui unici risultati positivi si ottengono rubando risorse al proprio vicino di casa». Se in Francia il dibattito lanciato dal Fronte nazionale non è all’anno zero persino dalla Germania arrivano i primia timidi allarmi, come quello del presidente dell’istituto di ricerca Diw che ieri ha invitato la Bce ad acquistare sessanta miliardi di eurobond al mese per evitare il tracollo delle banche europee.