Usa e Ue dicono «no» al referendum in Crimea. Ma Kerry e Lavrov si incontrano a Parigi…

Come al solito, la comunità internazionale mostra una singolare unità di intenti quando di tratta di contrastare qualcuno che è percepito come un possibile pericolo per l’ordine mondiale. In queste ore sia la Ue sia gli Stati Uniti che le altre potenze occidentali hanno deciso che la Crimea, repubblica autonoma in seno all’Ucraina, non debba non solo essere annessa alla Russia (della quale era parte) ma che neanche possa tenere un referendum per deciderlo. Il “la” è stato dato dalle autorità ucraine, il cui parlamento ha sciolto quello della Crimea, “colpevole” di aver indetto un referendum democratico per il 16 marzo, seguito subito dal presidente del consiglio europeo Van Rompuy e in serata dal presidente americano Obama. È giusto il caso di sottolineare che in Ucraina da qualche settimana è in atto un colpo di Stato, e che il presidente eletto Ianukovich è stato costretto alla fuga, mentre il suo posto è stato preso da un uomo di Julia Timoshenko, nota e grande amica dell’Occidente nonché “signora del gas” nonché una delle donne più ricche del mondo. Comunque la Crimea, abitata per la stragrande maggioranza da russofoni, non potrà decidere l’indipendenza, al contrario di quanto accadde col Kosovo, per il quale la comunità internazionale mise in campo l’aggressione armata alla Serbia, della quale il Kosovo era una regione autonoma. Ma nel caso della Crimea il principio dell’autodeterminazione dei popoli non vale, malgrado gli esponenti di Simferopoli abbiano chiesto ufficialmente alla Russia di intervenire. Da notare che né Ucraina, né Crimea, né tantomeno Russia fanno parte dell’Unione europea, che però ha messo il veto sul referendum. La strade scelta dall’Occidente sembra quella del muro contro muro, la voglia di invasione è tanta, come in Siria, dove l’aggressione è stata disinnescata dal senso di responsabilità del governo di Damasco che ha accettato di smantellare i suoi arsenali chimici. Anche adesso, Usa, Ue e Nato pronti ad altri vittoriosi interventi come in Libia, Afghanistan e Iraq, dove la situazione è addirittura peggiorata, hanno di nuovo visto spuntarsi le loro armi, perché il presidente russo Putin ha detto che per adesso l’intervento armato in Ucraina non è necessario. La parola insomma è alla diplomazia, anche se qualcuno vorrebbe togliersi di torno il Cremlino una volta per tutte. Il congelamento dell’intervento militare russo in Ucraina insomma, ha fatto sì che la diplomazia internazionale si impegnasse nella frenetica ricerca di una soluzione che disinneschi una tensione senza precedenti tra Mosca e l’Occidente dopo la caduta del Muro di Berlino. Grande tessitrice della tela del dialogo la cancelliera Angela Merkel, che ha telefonato a Putin per discutere di «scenari di cooperazione internazionale» per una «normalizzazione della situazione in Ucraina», come ha reso noto lo stesso Cremlino. L’exit strategy per ora sembra passare attraverso un ampio gruppo di contatto, voluto in particolare da Berlino e Parigi, e il parziale recupero dell’accordo del 21 febbraio – poi vanificato dalla reazione del Maidan – tra Viktor Ianukovich, opposizione e tre ministri degli esteri europei, preteso ora da Mosca: non si tratta di reinsediare il deposto presidente ucraino, ma di formare un governo di unità nazionale per rappresentare tutti e di andare verso le presidenziali con la costituzione del 2004, sciogliendo le milizie estremiste e facendo ritirare le truppe russe. Sono i binari su cui si sono confrontati a Parigi il segretario di Stato Usa John Kerry e il capo della diplomazia russa Serghiei Lavrov, i due protagonisti della mediazione sulla Siria. Lavrov ha riferito che Kerry ha concordato sulla necessità di aiutare gli ucraini ad attuare gli accordi del 21 febbraio, mentre ha bocciato le iniziative promosse via Osce, Consiglio Nato-Russia. In ogni caso, ha insistito Lavrov, un accordo c’è almeno sulla volontà di continuare le discussioni nei prossimi giorni per tentare di stabilizzare la situazione. Per quanto riguarda la ridicola proposta di sanzioni alla Russia, si è appreso che Mosca sta preparando una legge per una eventuale risposta simmetrica, senza escludere l’ipotetica confisca di asset occidentali in Russia, quindi è probabile che non se ne farà nulla. In Ucraina, su richiesta di Kiev, sono arrivati nel frattempo 35 osservatori militari Osce (due sono italiani). Il nodo da sciogliere, in Crimea, resta la natura del quesito nel referendum: più autonomia o secessione?