Un anno senza il Califfo. E Roma gli dedica una delle sue strade

Domani sarà un anno che l’indimenticabile “Califfo” non c’è più, eppure la sua presenza è viva nel cuore di chi l’ha amato, come in quell’intramontabile dimensione che è l’immaginario collettivo, dal quale il cantautore napoletano, naturalizzato romano sembra sempre in procinto di abdicare per tornare in mezzo alla gente, in nome di quel «non escludo il ritorno» profetizzato una sera sul palco dallo stesso artista. Un anno lungo, trascorso senza l’autore di Minuetto, che tra omaggi e silenzi, ha registrato persino la vergognosa dimenticanza di una qualunque menzione all’ultimo Festival di Sanremo, (indotta forse dal fatto che Califano non fosse un artista schierato a sinistra?), come l’inaccettabile ritardo nella tumulazione nel cimitero di Ardea.

Un artista disorganico, Franco Califano. Un uomo controcorrente, la cui esistenza ha sfiorato spesso il limite: della mitologia, (a partire dalla nascita, avvenuta su un aereo che stava per atterrare a Tripoli), come del dramma, vissuto con le sue incredibili peripezie giudiziarie e culminato nell’esperienza del carcere. Una personalità poliedrica, la sua, capace di raccontare le storie più disperate e alla deriva, come gli amori più profondi e passionali, la solitudine e il cinismo, accanto alla poesia di un attimo irripetibile. E allora, quel suo fascino guascone, unito a un temperamento decisamente indomito e spericolato, ha nel tempo accreditato di lui l’irresistibile maschera del “macho” imprendibile: personaggio dietro cui si è sempre celato, in realtà, un animo disperatamente fragile. Una sensibilità, quella di Califano, occultata sotto quel panama bianco, e nascosta dietro quel sigaro in bocca, che da una copertina di uno dei suoi tanti successi ostentavano spregiudicatezza da playboy, ma che ha semprein realtà coabitato con un temperamento romantico tradotto in tanti indimenticabili canzoni interpretate da lui, o regalate a Mina, Mia Martini, Ornella Vanoni.

Una doppia faccia, quella umana e artistica di Califano, che se da un lato ha generato capolavori come E la chiamano estate, La musica è finita, Una ragione di più, dall’altro ha sempre fatto di brani come Io non piango o Tutto il resto è noia, i punti cardine del suo manifesto esistenziale e cantautoriale. E sullo sfondo, sempre e comunque, il suo amore per Roma: quella Roma nuda, palco a cielo aperto in cui e per cui l’artista ha cantato i suoi successi. Quella Roma che oggi, a un anno di distanza dalla sua morte, dedica al Califfo una delle sue strade. Quella Roma che, tra palco e periferie, mondanità e solitudine, incontri furtivi e amori duraturi, è stata la Musa delle sue indimenticabili canzoni.