Troppi giornali affetti da “renzinite”. Ma il premier sembra un “eroe” da play station

È scoppiata la “renzinite”. Che non è una variabile della influenza che colpisce un italiano su tre. Né  una forma sconosciuta di infiammazione degli occhi. Anche se la vista in qualche misura c’entra pure. La “renzinite”, più semplicimente, è  una forma di adulazione mista a compiacimento per le doti  sprigionate dal nuovo inquilino di Palazzo Chigi. Basta sfogliare i giornali che vanno per la maggiore per scoprire la “renzinite”. Dal Corriere a Repubblica, dalla Stampa al Messaggero si leva un coro di peana per  Matteo Renzi. Renzi,il velocista. Renzi, benedetto da Marchionne. Renzi,per metà Machiavelli e per metà Pico della Mirandola. Renzi, più bravo di Obama. Renzi , come Blair. Renzi, grande comunicatore, che sa usare le slides e il telecomando, sincronizzando le immagini con il suo ritmo di esposizione. Renzi , il samurai. Renzi, quello che decide tutto lui. Renzi di qua, Renzi di là. Renzi, il modernizzatore, il rottamatore, l’uomo venuto dall’Arno per dare la scossa e regalarci  la svolta. Renzi, il nuovo Berlusconi, tutto anticasta, e decisione in persona. Fermiamoci qui. Potremmo  allungare la lista della incontenibile eccitazione che sta contaminando  buona parte di quel giornalismo nostrano sempre sussiegoso, incline al potere e sempre pronto a farsi influenzare dalle apparenze più che dalla sostanza. Per carità, lungi da noi il pensiero di incastonare il giovine Renzi  in una qualsiasi di quelle icone. Se non è giusto, d’altro canto, sommergerlo di pregiudizi, non è neppure decente che se ne cantino le lodi prima ancora di poterne giudicare l’opera. Per la verità, finora, l’ex sindaco di Firenze ha mostrato abilità e una buona dose di  spregiudicatezza soprattutto nel costruirsi il percorso per arrivare alla guida del governo. Qualità che in politica contano , eccome. In particolare nella fase ascendente. Anche se  poi ci sono modi e modi, stile e stile nel coniugrare abilità e spregidicatezza. Ma questo è un altro discorso. Quel che appare, a nostro avviso, sconcertante, nell’impetuoso affastellarsi di paragoni improponibili, di aggettivi accattivanti, e di favolose contorsioni verbali per descrivere le gesta del Nostro, è il diluirsi dello spirito critico. Come se , improvvisamente, non ci fosse altro da dire, da commentare, da analizzare. Come se fosse superfluo capire cosa c’è davvero di nuovo, sconvolgente, positivo,  di davvero utile al Paese in questa New Age. Se bastano quattro slides, e un uragano di parole e di numeri scodellati in conferenza stampa, quando ancora i testi dei decreti e dei disegni di legge sono in composizione e attendono di essere decrittati, per capire se l’Italia si salva oppure se è destinata ad affondare. Certo, dai titoli siamo passati ai sottotitoli ed a qualche contenuto. Un po’ poco, ci pare, per sentenziare che siamo sulla strada giusta. Anzi, a leggere tra le righe dei provvedimenti varati dal governo, la sensazione che si ricava è di una miscellanea che delinea un modello redistributivo che non rilancia la crescita e penalizza ancor più il ceto medio. Il termine redistribuzione è un termine che piace molto a sinistra. Sta di fatto, però, che da quelle parti faticano a comprendere che , con 76 euro in più al mese per chi guadagna fino a 15oo euro, c’è poco da sperare che si allarghi l’area del consumo globale. Al più si potrà registrare un incremento di spesa per i prodotti a basso costo, ossia generi alimentari, tessili e prodotti domestici vari, per lo più di importazione. Resteranno fuori, come è intuibile,le produzioni di qualità che hanno ancora impresso sulla confezione il marchio italiano.  Gli stessi tagli della spesa pubblica, affidati alla regia del commissario Cottarelli – i famosi 10 miliardi – sono ancora tutti da verificare. Non solo in termini di esatta individuazione degli sprechi. Soprattutto in termini di analisi dei vantaggi effettivi che quei tagli apporteranno ai fini dell’ incremento della domanda, e quindi della spesa. Senza voler considerare quel che attiene , più in gerenale, al clima e ai rapporti sempre tesi che si registrano tra deputati e senatori del Pd, fra gli alleati e all’interno del Parlamento. Le proposte renziane, oltre che con l’Europa, dovranno fare i conti con Camera e Senato. Un percorso accidentato. Come comincia a sospettare più di  qualcuno, forse i soldi per diminuire le tasse in busta paga a dieci milioni di taliani, alla fine, si troveranno. I guai arriveranno quando si scoprirà  che la pressione fiscale, per effetto delle addizionali locali, non scenderà di molto, che i tagli alla spesa pubblica apriranno ferite dolorose , che non  c’è verso, senza riforme vere e incisive, di rimettere in marcia l’economia. Diciamola tutta.  Altro che icone immaginifiche, frutto della “renzinite”. Matteo Renzi pare somigliare piuttosto a  Super Mario Bros, il pupazzetto del Nintendo che elimina i nemici saltandoci sopra. Mario può ottenere nel corso del gioco diversi power-up come il  Super Fungo, che trasforma Mario in Super Mario, raddoppiando le sue dimensioni, il Fiore di Fuoco, che trasforma Mario in Mario Fuoco, permettendogli di lanciare palle di fuoco, la Stella, che dona l’invincibilità per pochi secondi, e lo speciale Fungo che regala la vita. Se Mario, invece, viene toccato da un nemico mentre è Super Mario o Mario Fuoco oppure il tempo è scaduto, ridiventa semplicemente Mario.  E il gioco riprende daccapo. All’infinito. Cose che accadono soltanto nei videogiochi.