Topolino è più forte di Obama: Disneyland fa breccia nel “muro” della Cina e conquista Shangai

L’industria dell’intrattenimento a stelle e strisce mette radici in Cina. Disneyland, simbolo del divertimento e se si vuole del consumismo Usa, sbarcherà a Shanghai con apertura  prevista per il 2015. Sorgerà, dunque, nella più grande tra le tante metropoli del Paese asiatico: da

sempre la più occidentale del grande Paese – Hong Kong esclusa – ma pur sempre il cuore pulsante di quello che tuttora è uno stato comunista, nel quale i simboli del mondo capitalista erano banditi fino all’altro ieri. Non solo, ma anche l’immaginario cinematrografico “made in Usa” sfonda in quel di Pechino, dove sorgerà un nuovo parco Universal Studios, affiancando gli altri due già presenti in Asia, quello di Osaka in Giappone e quello di Singapore. Insomma, Pechino come Orlando. Secondo le prime informazioni, il parco tematico, che amplificherà in terra cinese la narrazione cinematografica Usa e le sue icone, dovrebbe sorgere su un area di circa 51 acri a Pechino (oltre 20 ettari), nel distretto di Tongzhou. I media cinesi hanno rilevato come sia già iniziata la demolizione delle costruzioni nell’area e la campagna pubblicitaria per il reperimento dello staff del parco. Che dovrebbe essere completato entro l’inizio del 2018 e diventerebbe il primo parco tematico straniero nella capitale cinese. L’investimento dovrebbe aggirarsi intorno ai 2 miliardi di dollari e l’inizio dei lavori sarebbe per l’ultimo trimestre del 2014.

Che dire? Cartoline da una Cina “schizofrenica”: poco reattiva – per usare un eufemismo- sul piano dei diritti umani, ma veloce sul fronte dell’entertainment di marca statunitense. “Pecunia non olet”. Ancora oggi il  Dalai Lama dagli Stati Uniti ha lanciato un nuovo appello alle autorità di Pechino affinché ammorbidiscano le leggi sulla censura: «I cinesi – ha detto – hanno il diritto di conoscere la realtà. E una volta che oltre un miliardo di cinesi conosceranno la realtà saranno davvero in grado di distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male». Giorni fa una donna si è data fuoco in piazza Tiananmen per protesta. Nel dicembre del 2013, 13 persone tentarono un suicidio di massa a Pechino per protestare contro il mancato risarcimento per lo sgombero forzato delle loro case. Un dualismo pesante, che fa pensare.

Contraddizione nella contraddizione, poi, se pensiamo alla politica “autarchica” che il Paese espresse non una vita fa, ma solo nel 2008, in occasione dei giochi Olimpici di Pechino, prendendosela con Paperino e Topolino. I due personaggi Disney furono addirittura “banditi” dagli schermi televisivi nelle «ore d’oro» della sera, quando decine di milioni di ragazzi cinesi si mettono davanti alla Tv. Fu decretato dalla State Administration of Radio, Film and Television per «creare un ambiente favorevole per l’innovazione nell’industria cinese dei cartoni animati». Con tutta evidenza il fine non è stato raggiunto. Ci hanno provato e anche con grande dispiegamento di mezzi. Ma lindustria culturale di Stato, senza la circolazione di pensiero critico e il proliferare di cultura dal basso, non si alimenta. E non produce beni, merci, film, piuttosto li imita. Via libera, allora a Disney e al sogno hollywoodiano…