Tibet, si immola un’altra monaca. E il regime di Pechino isola la Regione

Continuano le proteste tibetane contro il regime di Pechino. E si allunga il triste elenco delle vittime dell’autoimmolazione, la forma di protesta estrema (seppure non sempre mortale) che dal 2009 ad oggi ha allungato un macabro elenco di vittime, immolatesi contro l’oppressione cinese del popolo tibetano. Una lista tristemente aperta, purtroppo, e in costante aumento, che oggi si aggiorna al sacrificio di una suora che nei giorni scorsi si è data fuoco in segno di protesta contro l’egemonia del “Celeste Impero” in Tibet. E il sito di Radio Free Asia, che ha riportato quest’ultimo episodio di una lunga storia di un massacro passato sotto silenzio, ha fornito anche i dettagli di un gesto tristemente noto in quell’area del mondo, tragico simbolo di una dissidenza estrema per cui, in questi anni, sono morti tra le fiamme monaci e laici, uomini e donne, tutti appartenenti alla minoranza tibetana, ma di diverso ceto sociale; spesso giovanissimi, residenti nelle aree cinesi, oppure esuli in India e Nepal. Studenti e religiosi, indifferentemente, come la suora tibetana che sabato pomeriggio, (verso le 15 ore locale), nei pressi di un monastero nella contea di Bathang, nella prefettura di Kardze, nella provincia cinese del Sichuan, si è immolata mentre, come tradizionalmente fanno i tibetani, girava intorno ad un luogo di preghiera.

Si trovava in mezzo ad altra gente quando, urlando slogan contro quella che, prima di morire, ha definito «l’occupazione cinese del Tibet», ha invocato il ritorno del Dalai Lama per poi farsi avviluppare dalle fiamme.

Secondo le poche informazioni disponibili, la polizia cinese sarebbe immediatamente intervenuta, portando la donna in ospedale. Ma dopo il soccorso è stato anche immediatamente impedito alla famiglia e agli amici di recarsi a farle visita: tanto che al momento non si hanno notizie sulle sue condizioni di salute.

E non è tutto: immediatamente dopo il ricovero d’urgenza, le autorità locali hanno anche prontamente intensificato i controlli nella zona, e imposto una serie di restrizioni, tra cui il blocco delle comunicazioni telefoniche. Così, perfettamente in linea con il sistema di repressione messo in atto contro l’etnia minoritaria tibetana in lotta contro l’oppressione cinese, le autorità di Pechino hanno tagliato fuori da ogni possibilità di contatto l’intera area dell’ultima immolazione, e posto sotto osservazione diversi monasteri, già teatro di simili episodi, compreso (forse) quello al quale apparteneva la monaca, di cui non si sanno ancora le generalità. Dunque, sono state interrotte da sabato tutte le comunicazioni, sia fisse che mobili, non funziona la rete internet e sono impediti tutti i messaggi.

Una strategia di controllo e di repressione, quella messa in atto da Pechino, che negli ultimi tempi sta progressivamente rafforzando il monitoraggio sulle aeree calde della protesta, arrestando anche le persone ritenute a vario titolo collegate ad episodi di immolazione: ad oggi, molte delle persone ritenute coinvolte, sono state condannate anche fino a 15 anni di carcere.

Eppure, la monaca è stata la centotrentesima vittima delle autoimmolazioni. La ventunesima donna a sacrificarsi in nome della liberazione di un territorio occupato. Dal suo gesto a quello compiuto solo il 16 marzo, quando due monaci si sono dati alle fiamme, morendo, in due incidenti separati, nelle province del Sichuan e del Qinghai, non sono passate neppure due settimane. Il che sta a significare che, morte o non. Repressione o non. Controlli o non. Silenzio del mondo o non, la minoranza etnica del Tibet – che grazie al Dalai Lama ha ricostruito la propria realtà culturale anche fuori della Regione oppressa – non  abbandonerà mai la causa. Non si rassegnerà mai al regime repressivo cinese. E non smetterà mai di sacrificarsi con il fuoco.