Tempi duri per McDonald’s in Usa: dopo il crollo delle vendite, la rivolta dei dipendenti

I dipendenti dei fast food in America tornano sul piede di guerra. Dopo essere stati in prima fila nella battaglia per l’aumento del salario minimo (chiedono da mesi 15 dollari l’ora), ora tornano alla carica sul fronte degli straordinari. Così i lavoratori di McDonald’s di tre Stati Usa (New York, California e Michigan) hanno deciso di mettersi insieme e di fare causa al colosso degli hamburger e pure a chi vende i suoi prodotti in franchising. L’accusa è di essere illegalmente sottopagati, nonostante siano spesso costretti a fare parecchie ore di straordinario, almeno due-tre ore. In alcuni casi, poi, l’accusa è quella di aver costretto alcuni dipendenti a lavorare con una paga inferiore anche ai 7,25 dollari l’ora, l’attuale salario minimo. La decisione di una class action arriva proprio nel momento in cui il presidente Barack Obama ha firmato un ordine esecutivo in cui dispone la revisione della normativa sugli straordinari. Riforma che punta a costringere le aziende a pagare, ed in maniera adeguata, le ore in più di lavoro, ponendo fine allo sfruttamento di molti lavoratori, non solo del settore dei fast food e della ristorazione. «Questo non è giusto – ha detto il presidente rivolgendosi alle famiglie americane nel tradizionale discorso del fine settimana – perché noi vogliamo costruire un’economia a misura di tutti, non solo per pochi fortunati».
La notizia delle cause di lavoro intentate dai dipendenti arriva dopo quella del drastico calo delle vendite registrato in febbraio sempre negli Usa (meno 1,4%, dopo il crollo del 3,3% di gennaio). Un inizio di anno orribile, insomma, anche se la scia negativa dura ormai da tempo e preoccupa i vertici del gruppo: è infatti il settimo mese consecutivo che i risultati di McDonald’s deludono le aspettative di Wall Street. E, se in Europa l’hamburger più famoso al mondo resiste, con le vendite che nell’ultimo mese sono aumentate dello 0,6%, le cose vanno male in Asia, in Medio Oriente e in Africa, dove a febbraio si è registrato un netto calo del 2,6%. In particolare – spiegano gli esperti – la cattiva performance delle vendite internazionali del gigante del fast food è dovuta soprattutto ai risultati della catena in Australia, Germania e Giappone.