Tanto rumore sulle “quote rosa” e silenzio sulla sovranità scippata ai cittadini. È questa la vergogna del Palazzo

Francamente non so se faccia più sorridere o indignare la batracomiomachia in corso nell’aula di Montecitorio per inserire nella legge elettorale una norma che consenta di spartire più o meno salomonicamente i posti di capilista tra maschietti e femminucce. Gli italiani hanno ben altro per la testa, ma alle parlamentari non interessa più di tanto, come del resto certificano le paginate dedicate dai giornali alla strenua battaglia ingaggiata dalle pasionarie del nominificio nella speranza di aprire una breccia nel muro eretto sul cosiddetto Italicum dall’accordo Renzi-Berlusconi. Dal canto suo, il governo ha deciso di lavarsene le mani e rimettersi alla volontà della Camera. Il resto lo farà Brunetta con la richiesta di voto segreto. Una rintocco sinistro per la sorte dell’emendamento. Ma sopratutto un’amara sorpresa per le deputate forziste, abbigliate in bianco per l’occasione a mo’ di maldestro scimmiottamento delle mamme dei desaparecidos cubani. Una tragedia ridotta in farsa.

Comunque vada, non è uno spettacolo edificante, come non lo sarebbe qualsiasi azione o battaglia finalizzata a sostenere un’esigenza particolare nel luogo simbolo dell’interesse generale. E soprattutto non lo è perché analogo furore riformatore (si fa per dire) non è stato riscontrato, ad esempio, rispetto all’obiettivo – quello sì tutto politico – di restituire ai cittadini lo scettro della sovranità. Lì, guarda caso, tutti zitti e mosca. Per la verità, un emendamento poi respinto per qualche decina di voti c’è stato, ma dal punto di vista giornalistico è stata una sveltina, niente rispetto al polverone mediatico alzato dalla guerra sulle quote rosa. E fa ridere l’accusa di “poltronismo” lanciata con supremo sprezzo del ridicolo dalle “ranocchie” ai “topini”. Sarebbe molto interessante chiedere loro di farci graziosamente sapere quale nobile e diffuso interesse esse stiano invece difendendo se non appunto quello di continuare a sedere tra gli scranni di Montecitorio a dispetto del popolo sovrano. Esattamente come i loro colleghi maschi. E gli uni e le altre dovrebbero prima o poi trovare il tempo di spiegare il perché di questo insopportabile doppiopesismo “poltronaro” che li “costringe” a scombussolare la quiete interna a colpi di interviste al curaro e di lacrimevoli suppliche a corte se a traballare è il cadreghino sul quale sono seduti, per poi magicamente placarsi, allinearsi e schierarsi “a testuggine” quando si tratta difendere come un sol uomo le liste bloccate.

Qualunquismo? Può darsi. Ma non c’è altro modo per mettere a nudo l’assenza di pudore di un ceto politico che non esita a gettarsi anima e corpo su un obiettivo tutto interno alla politica e del quale non frega niente a nessuno, mentre resta più o meno inerte di fronte alla questione, fondamentale ed attuale, costituita dal quale e dove sia il baricentro della sovranità in una democrazia rappresentativa. Non vi potrebbe essere prova più convincente di questa per certificare l’autoreferenzialità del Palazzo.

Ma si rende conto, il ceto politico, che solo la guerra senza quartiere alle liste bloccate può legittimarne l’impegno sulle quote rosa? Evidentemente, no. Così come gli sfugge che è proprio l’investitura dall’alto a farlo percepire dalla pubblica opinione come una casta arroccata a difesa del proprio privilegio, cioè la nomina. Non stupiamoci, dunque, se molte deputate, purtroppo in gran parte del centrodestra, addirittura stiano sgomitando per conquistare un posto in prima fila nel gran circo della vanità mediatica nella convinzione di essere di fronte ad un tornante della storia. Non sanno – poverette – di essere invece precipitate clamorosamente nel retrobottega della cronaca, schierate come sono a difesa catenacciara di un peggioramento del già pessimo Porcellum. Forse neppure se ne rendono conto. E la colpa, purtroppo, non è loro.