Sulla poltrona di Gentile e Croce ora siede la Giannini. Che subito “mortifica” l’italiano

È un fiume in piena Stefania Giannini. Insediata al ministero dell’Istruzione da poco più di un mese, non sembra affatto intimorita dalla mole dei problemi che tormentano la scuola italiana. Ex rettore dell’Università per stranieri di Perugia, glottologa, siede alla scrivania che fu di Giovanni Gentile e di Benedetto Croce. Eppure l’ autorevolezza di queste imponenti figure dell’italico Pensiero non sembra turbarla. Al contrario, snocciola progetti ambiziosi. Cesella risposte ai problemi. Prova a smantellare antichi luoghi comuni e consolidate prassi. Programmazione, semplificazione, attuazione e verifica: sono le coordinate in cui racchiude la sua linea politica. Quattro punti per cambiare abitudini e modernizzare il sistema scolastico. L’Università? Siamo nelle retrovie delle classifiche mondiali. Sforniamo lauree che non servono a nulla e abbiamo un numero di laureati talmente basso da farci vergognare. L’India, tanto per dire, ha un numero di laureati in materie tecniche, scientifiche e finanziarie che è pari all’intera popolazione francese. Da noi i professori universitari costituiscono una “casta” protetta e autoreferenziale. I concorsi, il più delle volte, sono truccati. E , quando non lo sono, il sospetto che lo siano mina irrimediabilmente la credibilità di chi le regole le rispetta. Allora, che fa la ministra? Presto detto: smantella il sistema. Esaurita la coda degli ultimi concorsi banditi, si cambia registro. Piena autonomia agli atenei e chiamata diretta dei docenti.Siamo curiosi di conoscere i criteri che si adotteranno per le chiamate. Quanto agli studenti che chiedono di eliminare il numero chiuso, la Giannini non mostra imbarazzo. Si può fare. Ad una condizione: accesso aperto a tutti per il primo anno. Poi selezione negli anni successivi, come in Francia. Gli insegnanti di ogni ordine e grado guadagnano meno di un operaio non specializzato? Nessuna paura. Gli stipendi vanno aumentati. I precari assorbiti in ruolo. Maestri e professori debbono ritrovare prestigio mentre spesso sono demotivati da un ugualitarismo nefasto? Ora tutti debbono fare le stesse cose con lo stesso stipendio. Basta, bisogna cambiare. Onore alla professionalità e più soldi a chi si impegna di più. Al bando gli scatti di anzianità, asolutamente “arcaici”. Alla malora gli indigeribili elenchi di abilitati senza cattedra, di precari in servizio permanente effettivo, di professori sottopagati e sottovalutati. È il merito che arriva in pompa magna, bellezza! E se pure «si va avanti con il soffio al cuore», come ammette con buona dose di realismo e un tocco di raffinatezza la noe-ministra, è sui progetti che si gioca la partita della vita. Prendere o lasciare. Nel prendere, manco a dirlo, sale prepotente l’urlo di disperazione, in epoca di globalismo, di internet e di mille altri marchingegni della tecnologia informatica e della comunicazione, nel vedere che da noi parlare inglese è proprio un tabù. Un gap che ci umilia e ci marginalizza. Un arretramento linguistico che ci fa vacillare nel mondo senza più frontiere, chiude varchi e riduce prospettive nel commercio, negli scambi, nella crescita, nello sviluppo. Proprio noi che abbiamo beni  artistici e culturali a iosa, prodotti naturali e sublimi panorami senza pari  verso cui attirare masse straniere affamate di bellezza e vogliose di immergere testa, spirito e passione nella storia e nell’anima della nostra civiltà.  L’inglese, appunto. «I nostri giovani devono imparare a dialogare col mondo, per  questo serve una full immersion già nelle scuole primarie, con insegnati madrelingua o quasi», confessa Stefania Giannini a Repubblica. «A 18 anni bisognerebbe stare, almeno, al livello C2 . L’inglese è come lo sci: o lo impari da piccolo o zoppichi tutta la vita… dovremo sperimentare classi di solo inglese , o di solo francese, dove alcune materie saranno insegnate solo nella lingua straniera». Fin qui il programma della neoministra della Pubblica istruzione. Niente da dire quanto ad ambizione, per carità. Ce n’è quanto basta per impegnare molto più  di una legislatura.  Ovviamente, le parole da sole non bastano. La ministra dovrebbe indicare come minimo tempi e risorse per attuare un siffatto programma. Lo scrittore inglese Alexander Pope, giustamente, osservava che «le parole sono come le foglie: dove abbondano è raro che sotto vi si trovi molto frutto».  E poi, se è giusto insegnare l’inglese ai ragazzi fin dalle elementari, che ne facciamo dell’italiano? Tra web, chat, twitter e astruserie linguistiche di vario conio, stiamo letteralmente uccidendo il nostro idioma. La lingua italiana va difesa e rafforzata. E non c’è neppure il bisogno di spiegarne il motivo, tanto appare evidente. Dagli schermi tv, ogni domenica mattina, l’emerito professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, spiega con grande efficacia quanto sia importante conoscere la lingua italiana, la sua storia, la sua armoniosa bellezza. E’ un bene troppo prezioso per relegarlo in second’ordine rispetto all’inglese o al francese. Non lo dimentichi la fin troppo loquace ministra.