Sul web impazza il rap: «Obama chiudi la bocca». Record di contatti per il video

Pollice verso per Barack Obama: e il web “celebra” l’impopolarità del presidente degli Stati Uniti a suon di rap. Un video di appena quindici secondi, che sta letteralmente spopolando in Rete, lanciato sui social network e rimbalzato da un sito all’altro, alimentando un tam tam mediatico divenuto ormai virale. Il video in questione mostra una donna egiziana in vibrante protesta contro l’inquilino della Casa Bianca. Le frasi della improvvisata rapper virtuale contro di lui sono state remixate e trasformate in un brano hip hop sottolineato dalla musica techno: e mentre scorrono on line le immagini della donna in protesta, tra ritmi martellanti e strofe di dissenso, il ritornello invita a suon di rime il presidente americano al suo secondo – difficile – mandato, a «chiudere la bocca».

La perdita di consenso, fin qui tradotta in indici percentuali in picchiata e riscontri dall’amare verità sondaggistica, oggi sembra dunque aver trovato in Rete anche la sua traduzione satirico-musicale: il presidente è impopolare, è noto, ma la sua retorica funziona a meraviglia … almeno per come si presta alla parodia della clip. E in un quarto di minuto, condensato in quell’esortazione a tacere, risuonano le polemiche sullo shutdown. Il balletto delle attribuzioni del default tecnico. Il flop dell’Obamacare, la discussa riforma del sistema sanitario partita in retromarcia, che nelle intenzioni avrebbe dovuto contraddistinguere – in positivo – la presidenza del primo afro-americano alla Casa Bianca, e che invece sta contribuendo fortemente a minare la già pericolante credibilità politica dell’amministrazione Obama. A conferma di un capitale istituzionale sperperato in tante promesse sociali disattese. In scelte riformiste sconfessate dall’opinione pubblica. E a dimostrazione di una sorta di “maledizione” politica che incombe sulla residenza di washington e colpisce i presidenti americani al loro secondo mandato: solo che nel caso di Barack Obama non ci sono nè l’uragano Katrina, nè un nuovo 11 settembre, a poterla giustificare…