Sorrentino, la Palombelli e la Grande Beffa alla cultura di sinistra con la puzza sotto al naso

«La vera Roma è sfuggita al napoletano Sorrentino», scriveva Barbara Palombelli sul Foglio nel maggio del 2013. Fu il primo caso di “discriminazione territoriale” non calcistica ma cinematografica perché con quella bizzarra teoria si sosteneva che un regista, per fare un bel film su un determinato luogo geografico, dev’essere indiscutibilmente indigeno. Come dire che “La mia Africa” sarebbe stato  un film più riuscito di quel capolavoro che fu, se al posto di Sydney Pollack ci fosse stato un capo tribù dei Tuareg con l’anello al naso.

Per fortuna a Hollywood non guardano Forum e quella recensione de La Grande Bellezza firmata dalla famosa giornalista di sinistra, moglie di Rutelli, è stata sepolta dalle risate e dagli Oscar. Barbara Palombelli, però, qualche motivo di risentimento nei confronti del regista napoletano forse l’aveva. In tanti, dopo aver visto il film, avevano notato come quella figura di giornalista dalla puzza sotto al naso, che Jep Gambardella “massacrava” su una terrazza romana, richiamasse un mix di altezzose intellettuali radical chic un po’ Palombelli, un po’ Berlinguer e un po’ Bignardi. Una di quelle creature surreali a cui Jep rifilava la frase più devastante del film: «La più grande ambizione di Flaubert era scrivere un romanzo sul niente, se ti avesse conosciuta avrebbe avuto un grande spunto».

Una frase che tratteggia la vera decadenza culturale del Paese raccontato da Sorrentino, in un film che fin dall’inizio aveva intaccato quella cultura “egemonica” che la sinistra produce sull’arte audiovisiva in Italia e finanche sull’editoria. Un’egemonia a chiacchiere, perché nella sostanza accade che il libro più venduto nella storia recente della letteratura itaiana, Gomorra, nasca da un’intuizione della casa editrice di Silvio Berlusconi, la Mondadori, e dallo spirito di iniziativa di sua figlia Marina, che investì nello sconosciuto Roberto Saviano, salvo poi esserne rinnegata. Ma anche la Grande Bellezza è un successo che arriva grazie allo sforzo economico di Medusa, la casa di produzione del gruppo Mediaset, al cui vertice c’è un berlusconiano non di ferro, ma di acciaio, Carlo Rossella, che immediatamente aveva aperto i cordoni della borsa per finanziare la pellicola, come racconta oggi: «Quando ho letto al sceneggiatura l’ho letta con la stessa passione di un romanzo». Rossella, Berlusconi, Mediaset? Imbarazzante. Oggi nessuno ne parla, c’è difficoltà ad ammettere che quel film, senza i soldi delle imprese del “puzzone” di destra, forse non avrebbe mai visto la luce.

Ma l’ipocrisia dell’intellighentia di sinistra che oggi esulta con Sorrentino, cercando di arruolarlo tra i suoi, è anche nel non ammettere che La Grande Bellezza li ha delusi, fin dall’inizio, perché non parla della solita Italietta berlusconizzata su cui loro hanno costruito, per vent’anni, le teorie culturali che hanno condotto la sinistra alle ripetute sconfitte politiche. Il film di Sorrentino parla della decadenza di un intero Paese, ma sullo sfondo non c’è solo il Cavaliere, quanto piuttosto il fantasma del Pci, i suoi residui intellettuali, le sue scorie culturali, i fardelli ideologici che hanno impedito a un’intera generazione di avversari di Berlusconi di comprendere l’Italia reale nella quale cresceva il consenso per il nemico da abbattere. Quel mondo di snob, che vive e perde quasi sempre, domani sui giornali celebrerà l’amico Paolo dimenticando che Jep Gambardella – da un’àmaca di una meravigliosa e sincera terrazza romana – ha parlato solo e soltanto a loro.