Solo 12 e 14 anni agli albanesi che a coltellate ridussero un ragazzo sulla sedia a rotelle

Lo accoltellarono ripetutamente e lo picchiarono lasciandolo, alla fine, tramortito e in condizioni disperate a terra. Cercavano soldi e gioielli i due banditi albanesi in quella villa di Buriano di Quarrata, nel Pistoiese, il 24 gennaio di un anno fa. E non si fermarono fino a quando quel ragazzo, Gianmichele Gangale, un elettricista di 36 anni, figlio del proprietari dell’abitazione, a casa in quel momento perché influenzato, non disse loro dove potevano prendere il bottino di quella rapina sanguinosa. Oggi Gianmichele, sopravvissuto miracolosamente alla furia di quei due albanesi, è un invalido gravissimo, è tetraplegico, completamente paralizzato e costretto su una sedia a rotelle per il resto della sua vita. A loro, ai due albanesi, nel frattempo rintracciati, arrestati e, oggi, processati, solo una pena mite con il rito abbreviato: 14 anni all’albanese che ha accoltellato l’elettricista, 12 anni al complice. I due condannati dal tribunale di Pistoia per la violenta rapina nel Pistoiese che sfociò nel brutale pestaggio e poi nell’accoltellamento del trentaseienne rimasto tetraplegico a causa delle coltellate e dei colpi infertigli dai banditi per farsi dire dov’era la cassaforte, hanno tentato di difendersi sostenendo che avevano pensato a un furto, non a una rapina, ma poi le cose precipitarono. Il giudice ha accolto in pieno la richiesta del pubblico ministero per Pepa Arben, l’albanese accusato di aver accoltellato Gangale, che è stato condannato a 14 anni di reclusione, mentre il complice, Kola Kastriot, anche lui albanese, è stato condannato a 10 anni (la richiesta del pm era stata invece di 12 anni).
In aula era presente il padre del trentaseienne: «Non c’è una pena che possa riparare quanto hanno fatto a mio figlio», ha detto l’uomo, prostrato dalla vicenda.
L’accusa ha ricostruito la rapina come un colpo che era stato studiato a tavolino. I difensori degli albanesi hanno invece sostenuto che era stato pianificato come un furto, anche perché gli imputati sarebbero stati certi di non trovare nessuno in casa quella mattina. Ma invece c’erano il 36enne e la colf, una romena, anche lei picchiata violentemente, dopo esser stata sorpresa all’esterno della casa mentre stava andando a dare da mangiare al cane, e poi sequestrata.
Quanto al trentaseienne, era in casa perché ammalato a causa di un’influenza e, ancora in pigiama, scese al piano terreno dell’abitazione causando l’immediata e violenta reazione dei banditi. I rapinatori accoltellarono e picchiarono il giovane per farsi dire dov’era il denaro finché riuscirono a impadronirsi di soldi e gioielli, per un valore di circa 7.000 euro, poi fuggirono lasciando Gianmichele a terra in un lago di sangue. Quando fu soccorso, le sue condizioni erano disperate per i traumi e le coltellate al collo: venne ricoverato in prognosi riservata al Cto di Careggi nel reparto di neurochirurgia, sopravvisse ma ora è un invalido gravissimo. Anche la colf andò al pronto soccorso, ma se la cavò con un paio di settimane di prognosi. Invece gli autori della violenta rapina furono arrestati pochi giorni dopo dai carabinieri dopo un frenetico inseguimento a Prato.