Sì alla cannabis per fini terapeutici: c’è il via libera all’uso negli ospedali e a casa

Arriva il sì all’uso della cannabis per fini terapeutici: non è stata impugnata davanti alla Corte costituzionale la legge sui cannabinoidi promulgata nello scorso gennaio dalla Regione Abruzzo nella quale è prevista l’erogazione su ricetta medica dei farmaci galenici a base di cannabinoidi.  La normativa si applica in particolare «alle strutture pubbliche regionali ed alle strutture private accreditate, titolari di accordi contrattuali con il Servizio sanitario regionale, che erogano prestazioni in regime ospedaliero». Il paziente, inoltre, «può proseguire il trattamento in ambito domiciliare, su prescrizione del medico di medicina generale, sulla base del piano terapeutico redatto dal medico specialista che ha in cura il paziente». Quindi secondo la legge abruzzese, in base al piano terapeutico redatto da un medico specialista, i cannabinoidi potranno essere prescritti anche dai medici di base. In entrambi i casi è prevista l’erogazione gratuita. I medicinali cannabinoidi, si legge nel testo della legge, «sono acquistati dalla farmacia ospedaliera o dell’Azienda sanitaria di appartenenza dell’assistito e posti a carico del Servizio sanitario regionale qualora l’inizio del trattamento avvenga nelle strutture ospedaliere o in quelle alle stesse assimilabili, anche nel caso del prolungamento della cura dopo la dimissione». La norma del consiglio regionale abruzzese è stata presentata dai consiglieri Maurizio Acerbo di Rifondazione Comunista e Antonio Saia dei comunisti italiani, e sottoscritta anche dai consiglieri dell’allora Pdl Riccardo Chiavaroli e Walter Di Bastiano. L’iter di approvazione regionale è partito l’11 settembre 2013 mentre la promulgazione è del 4 gennaio scorso. Non è la prima volta che una regione vara una legge sull’uso terapeutico della cannabis. A fare da apripista è stata la Toscana, seguita dalla Liguria (in questo caso però la legge fu impugnata dal governo Monti), poi nel 2013 arrivò il sì delle Marche ma solo «in assenza di valide alternative terapeutiche». Seguirono il Friuli Venezia Giulia, la Puglia e il Veneto (anche in questo caso il governo Monti impugnò la normativa).