Shock in Cina: migliaia di cattolici in piazza per il funerale del vescovo “clandestino”

Solo la fede, in un paese come la Cina, in cui la comunità di credenti è obbligatoriamente spaccata in due realtà ecclesiastiche – una Chiesa cattolica controllata dal governo, che rifiuta l’autorità del Vaticano; e una cosiddetta “sotterranea”, vicina al Pontefice – può indurre un vescovo a condurre un’intera esistenza da eretico rispetto l’ortodossia comunista. Per questo indigna, ma non stupisce in fondo più di tanto, quanto accaduto e riferito da fonti della comunità cristiana locale: e cioè che migliaia di cattolici cinesi abbiano reso omaggio, malgrado le limitazioni imposte dal regime, al vescovo cattolico della Chiesa “clandestina” di Shanghai, Giuseppe Fan Zhongliang, morto il 16 marzo a 97 anni di età.

Un reprobo. Un perseguitato. Un’autorità non riconosciuta che, nel corso della sua vita di presule, ha trascorso un totale di trent’anni tra prigione, campi di detenzione e arresti domiciliari. Ce n’era abbastanza, insomma, perché le autorità cinesi impedissero che il funerale si svolgesse nella cattedrale, e perché l’omaggio dei fedeli avesse luogo in un’ordinaria sala funeraria. Dove migliaia di persone in lutto, in una piazza di Shanghai, hanno comunque reso omaggio al defunto, la cui sola convinzione religiosa gli ha consentito di sopportare decenni di sofferenze imposte dalla Cina comunista. In prigione, o in campi di detenzione per gran parte degli ultimi tre decenni, Fan – che era presidente della Conferenza episcopale cattolica clandestina in Cina – era agli arresti domiciliari da diverso tempo, condizione in cui è morto domenica scorsa, dopo diversi giorni di febbre alta.

Una condizione, la sua, imposta dalle autorità cinesi, che non riconoscevano come vescovo Fan – che era stato ordinato nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II – e che per questo avevano rifiutato la richiesta della comunità cristiana locale che i funerali del gesuita si tenessero nella cattedrale di Sant’Ignazio, la principale Chiesa cattolica di Shanghai. Così, nella piazza antistante la camera ardente, allestita in una “funeral home”, una sala funeraria, i fedeli addoloorati per la scomparsa del vescovo, si sono dovuti accontentare delle immagini di Fan proiettate su un grande schermo, mentre all’esterno i fedeli cantavano, pregavano e ascoltavano alcuni passi della vita del defunto narrati in diretta dalla voce  di uomo.

Queste, del resto, sono le contraddizione del Celeste Impero: un Paese all’avanguardia che riesce a imporsi sul mercato, come nella ricerca. Un Paese che, nello scacchiere mondiale, si impone di ora in ora, sempre di più, come potenza emergente. Un Paese, insomma, proiettato nel futuro, che dimostra però un’arcaicità di fondo, degna di un passato storico in netto contrasto con le evoluzioni economico-sociali del presente.

Del resto, la Cina è il paese delle contraddizioni intrinseche: la Costituzione cinese garantisce in teoria la libertà di religione, ma nei fatti i fedeli dei culti riconosciuti sono tenuti a iscriversi alle associazioni promosse dal governo. E allora, per venire ai funerali del di oggi, Fan Zhonglian era colpevole agli occhi istituzionali di essersi rifiutato di aderire all’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi, che riconosce il potere comunista di Pechino e non il Papa quale autorità suprema. E se il vescovo “patriottico” di Shanghai, Aloisio Jin Luxian, è morto l’anno scorso in perfetta sintonia con il regime costituito, il suo successore, Ma Daqin, ha poi provato a rinnegare i vincoli imposti dalle autorità alla “Chiesa patriottica”, ed è ora a sua volta detenuto in una località segreta. Un’esistenza perseguitata in più, che si unisce a quelle dei 12 milioni di cattolici nel gigante asiatico, più o meno divisi equamente tra le due chiese. Più o meno tollerati dal regime comunista.