Senza “un” Berlusconi in campo, Forza Italia affidi il risultato elettorale alla competizione tra i candidati

Meno male che Pier Silvio c’è. E soprattutto meno male che abbia gentilmente, ma decisamente, declinato l’invito a candidarsi in Forza Italia con la prospettiva scontata di diventarne leader per via dinastica. Così è toccato a lui ricordare quel che molti che gli ronzano intorno in questi giorni difficili dovrebbero ben sapere e cioè che in politica occorre far “gavetta”. Le eccezioni a quest’aurea regola sono merce rara, non da bancarella. La più importante e riuscita è certamente il padre dello stesso Pier Silvio, ma non ci sembra una buona ragione per scommettere sulla genetica, scienza misteriosa e ingannatrice.

L’assedio organizzato dai maggiorenti al fine di far capitolare uno a caso della famiglia Berlusconi rischia in ogni caso di rivelarsi davvero un pessimo affare perché finisce per rendere evidente ed addirittura estremizzare lo scontro interno tra chi ha paura di svelarsi all’elettorato privo della rassicurante copertura del Cavaliere e chi, al contrario, la ritiene un’irripetibile occasione per trasformare le elezioni europee in una conta interna da esibire a mo’ di trofeo quando si tratterà di passare all’incasso in termini di organigramma. La coperta, insomma, si fa sempre più corta e l’inusuale attendismo di Berlusconi ne costituisce un’indiretta ma eloquente conferma. Il leader teme di tirarla in un senso o nell’altro perché sa che questa volta dietro l’angolo, potrebbe nascondersi lo spettro inquietante di un’implosione e non solo una nuova scissione. Il rischio è inversamente proporzionale all’incessante training autogeno cui si sono sottoposti i forzisti. La loro corsa a rassicurare circa l’insostituibilità della leadership berlusconiana è in realtà soprattutto un modo per esorcizzare il terrore di veder spezzato l’unico filo che li lega all’elettorato. È una paura che attanaglia e paralizza lo stesso lìder maximo che, ovviamente, è il primo a rendersi conto che per riemergere dalla palude occorre una mossa. Ma quale? Dall’inizio della legislatura Berlusconi ha oscillato tra la tentazione di federare un nuovo patto nazionale e quello di stracciare la tela. Ha finito per fare l’una e l’altra cosa a seconda dell’evolvere della propria situazione giudiziaria. Ma l’oscillazione non ha pagato, anzi. Perciò è ora tentato dal tenere tutto unito alla meno peggio, puntare sull’effetto trascinamento del nome nel simbolo e superare così la soglia psicologica del 20 per cento, al di sotto della quale si scorge il baratro della liquefazione. Altro non ha, il Cavaliere, per il semplice fatto che non lo ha mai voluto: l’organizzazione, i luoghi dell’elaborazione progettuale, le best practices politico-amministrative, una classe dirigente non conformista e tutto quel che rende un movimento qualcosa di più e di meglio di un mero contenitore elettorale.

Ed il 20 per cento non è un’asticella troppo bassa. Anzi con Berlusconi azzoppato e fuori dal campo diventa un obiettivo a rischio. Per blindarlo, il Cavaliere deve ingurgitare la medicina (per lui) amara della competizione interna e allentare la morsa che da troppo tempo impedisce al suo partito di liberarsi da quegli unanimismi fittizi di cui sovente si ammala, fino a morirne, la politica. Del resto, nessuno può stabilire in partenza che concedere libero sfogo ad energie da tempo compresse sia necessariamente un male. La concorrenza, specie quando a competere sono i forti, produce idee, soluzioni e vantaggi per tutti. Strano che un movimento liberale come Forza Italia lo abbia dimenticato.