Se sulle riforme Renzi si gioca la faccia, l’Italia rischia di rimetterci il fondoschiena

Sono troppo incombenti le elezioni europee per poter trarre segnali di concretezza politica dalle polemiche innescate dall’intervista del presidente Grasso sull’abolizione del Senato. Anzi, è persino scontato che la previsione del’appuntamento di fine maggio infiocchetti tutto nell’ammiccante confezione della propaganda. Vero è che sulla fine del bicameralismo, sulla trasformazione del Senato e sul dimezzamento degli onorevoli Renzi si gioca “faccia e carriera”, ma è altrettanto vero che la sua frenesia simil-futurista di surrogare con la velocità il merito delle questioni aggiungendo annuncio ad annuncio appare troppo affetta da “sondaggite” per non provocare falli di reazione.

Il virus è abbastanza diffuso. Basta vedere i contorsionismi degli altri protagonisti per accorgersi che il tema delle riforme e dell’Europa è in realtà solo un pretesto che consente ai partiti di occupare lo spazio lasciato libero dall’altro. Perciò Grillo, che pure ogni giorni grida “tutti a casa!”, invece di plaudire al “licenziamento” dei senatori annunciato da Renzi si è gettato a corpo morto sull’ennesimo appello del solito Zagrebelsky in difesa della Costituzione, come se fosse un Nichivendola qualsiasi. È un’incursione nell’elettorato antiberlusconiano del Pd per impedire a Renzi di sconfinare nelle praterie del centrodestra dove l’ex-comico vuole essere l’unico a contendere al Cavaliere il pascolo di un gregge sempre più inquieto e disorientato. Anche Berlusconi si è accorto che lo sdoganamento di Renzi presso l’elettorato forzista non si sta rivelando un buon affare ed ha ordinato ai suoi macchina indietro ed un’opposizione meno evanescente sulle riforme per scongiurare il crollo di consensi. Nel frattempo, ha ripreso a federare intorno a sé tutto e il suo contrario, Storace ed il Ppe, animalisti e cacciatori, vecchie con dentiere e sorrisi smaglianti. Ancora una volta il Cavaliere scommette tutto sull’effetto della propria leadership: o la va o la spacca.

Insomma, ovunque si guardi, è corsa ai sondaggi. Non c’è da gridare allo scandalo, ma i partiti dovrebbero filtrarli e non inghiottirli tal quali. Non si governa per accontentare i governati, ma per migliorarne le condizioni di vita anche ricorrendo a scelte impopolari. Forse è questa l’intenzione di Renzi, ma il suo approccio dimostra il contrario. Certo, il popolo rifiuta tutto ciò che è pubblico e politico come risposta istintiva alla crisi e come punizione inflitta a chi l’ha creata o non l’ha saputa risolvere. Ma, per accontentarlo, un governo non può sacrificare il proprio assetto istituzionale lanciandolo alla rinfusa tra le fauci della bestia, tanto per placarne l’ira. È quel che sta accadendo con le province. Tutte le additano come pietra dello scandalo ed esempio dello spreco. Ma esiste un’analisi vera, seria, scientifica dell’incidenza delle province sul debito pubblico o sui costi della politica? Non è una domanda oziosa perché se la stella polare della riforma della catena decisionale è il risparmio, a cadere dovrebbero essere piuttosto le regioni, cioè l’epicentro di Sprecopoli e di Rimborsopoli. Sta accadendo il contrario perché le province non se le fila nessuno. È evidente che a Renzi piace vincere facile. Sarà anche elettoralmente redditizio, ma non si governa con l’occhio fisso sui sondaggi. Valeva ieri per Berlusconi, valga oggi per Renzi.

Capitolo Senato: chiunque abbia masticato rudimenti di diritto costituzionale sa bene che il tema dirimente sta nella differenziazione delle due Camere e non tanto nell’abolizione di una di esse. A sentire il premier, invece, pare che tutto si risolva nel cancellare il Senato elettivo e infilare il laticlavio addosso ad amministratori locali, inclusi quei bulimici e disastrosi “legislatori” regionali che la riforma finirebbe paradossalmente per premiare con l’ingresso ope legis nella Camera Alta piuttosto che castigare dietro la lavagna come un tempo si usava con gli scolari asini. Alla luce di questa tutt’altro che esaltante prospettiva, è lecito sostenere che i meccanismi della rappresentanza vanno approcciati col bisturi del chirurgo e non il machete della demagogia, senza incorrere nell’atroce sospetto di difesa della casta? Anche perché, diversamente, è la democrazia stessa a rischiare di morire sotto i ferri.

Del resto, i prodromi di questa deriva si intravedono già da tempo ed è la sinistra a farsene garante. In Italia votare è ormai un lusso. Non si vota per lo spread, non si vota perché incombe il semestre della presidenza italiana nell’Ue, non si vota perché c’é la crisi. Le province vanno abolite così non siamo chiamati a votarle, lo stesso accadrà per il Senato mentre per la Camera continueranno ad essere i leader di partito a decidere chi nominare deputato. Nel frattempo, l’Europa recinta con il filo spinato le nostre opinioni e, in casa nostra, i volenterosi carnefici del politicamente corretto preparano la versione laicista dei Dieci Comandamenti con la pretesa di impedirci di dire quel che pensiamo in materia di matrimoni omosessuali e di omofobia. E come se non bastasse, altri zeloti della legalità un tanto al chilo vorrebbero costringere i magistrati, giustamente riottosi, ad indagare e a giudicare non ipotesi di reato concretamente riscontrabili bensì “disponibilità” psicologiche e retropensieri dei candidati in campagna elettorale. E poi ci lamentiamo quando le toghe invadono il campo della politica. A questo punto, la domanda sorge spontanea: e se le abolissimo proprio, le elezioni? In compenso, Renzi potrebbe impegnarsi a non vietare la diffusione di (inutili) sondaggi. Tanto per lasciare qualcosa anche al Cavaliere.