Rimborsopoli, quattro sottosegretari del Pd sotto inchiesta. Del Basso de Caro: non mi dimetto neanche morto

La nomina ad Antonio Gentile, che non ha retto al pressing e si è dimesso «a testa alta», non è l’unica gaffe commessa dal baldanzoso Renzi che ha avuto troppa fretta nello sfoderare la squadra di governo, paragonata da Matteo (moderno Leonida?) ai Trecento delle Termopili. Oltre al senatore del Nuovo centrodestra tra i  sottosegretarici sono altri quattro  indagati, tutti del Pd, non ancora impallinati. Per ora lo scandalo non sembra scalfire il Palazzo, lo sdegno è limitato all’opinione pubblica e non si segnalano richieste di dimissioni da parte di Grillo, Sel e Forza Italia, molto impegnata in queste ore a puntellare il traballante asse con Renzi sull’Italicum. Sotto inchiesta per vicende legate ai rimborsi elettorali ci sono: la renziana Francesca Barracciu, che ha dovuto rinunciare alle regionali in Sardegna ed è stata risarcita appunto con il sottosegretariato alla Cultura; Vito De Filippo coinvolto nella “Rimborsopoli” lucana; Filippo Bubbico, indagato per abuso d’ufficio e il beneventano Umberto Del Basso de Caro, anche lui sottosegretario alla Cultura (il comparto sul quale il premier punta di più per la sua rivoluzione dei costumi), indagato per peculato nell’ambito di una storia opaca di rimborsi elettorali all’epoca in cui era consigliere regionale della Campania. Il penalista, ex Psi, non spicca per statura morale, almeno a leggere l’intervista rilasciata a  Repubblica: l’ipotesi delle dimissioni non lo sfiora neppure. Lasciare? Neanche per sogno. «Sono indagato, precisiamo, mica per una cosa da vomitare, una cosa per la quale non c’è la legge e quindi non c’è nemmeno il reato». Nessuno lo obbligava  a rendicontare 11mila euro in tre anni, dice Del Basso De Caro che ha fatto della «trasparenza e della legalità della pubblica amministrazione i temi della sua azione politica», leggiamo da Wikipedia. E poi è una storia vecchia, non ha mai ricevuto l’avviso di conclusione dell’indagine, aggiunge precisando di essersi anche sottoposto a interrogatorio. Come a dire: non vi basta? «Non mi dimetto per cinquecento euro al mese, un indagato può fare il settosegretario cento volte! E allora il ministro Lupi non dovrebbe dimettersi?». Tra i cinque, infatti, c’è anche il ministro dell’Interno, indagato su denuncia di una esponente del Pd, per abuso d’ufficio dalla Procura di Tempio Pausania per la nomina del commissario dell’Authority del porto di Olbia. Dal ministero però assicurano sulla correttezza dell’iter di nomina. «Ho scoperto di essere indagato dalla rassegna stampa locale, a fronte di un esposto di un esponente del Pd. Un atto dovuto, immagino», ha commentato a caldo il ministro alfaniano.