Putin: «In Ucraina un golpe. Sul futuro della Crimea deciderà il popolo»

Sull’Ucraina continua a lanciare la sua sfida, ma si tiene al di qua del punto di rottura. «Siamo pronti a tenere il G8, ma se i nostri partner non vogliono venire, non vengano», ha detto Vladimir Putin, sottolineando che «chi vuole introdurre le sanzioni contro la Russia deve pensare alle conseguenze perché i danni saranno reciproci» e che «la revoca dell’ambasciatore russo a Washington è una misura estrema, ma la useremo se necessario, anche se io vorrei evitarlo». Il Cremlino, che ha accettato di partecipare a una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza Nato, si mantiene sul filo, con una strategia che di fatto è stata chiarita nel corso di una conferenza stampa a Mosca, trasmessa dalla tv. «La Russia non sta considerando l’opzione di unire la Crimea. Solo i cittadini possono e devono decidere sul loro futuro nelle condizioni di libera espressione della volontà e di sicurezza», ha detto Putin, che evidentemente guarda più alle urne che alle armi. In Crimea è fissato un referendum per il 30 marzo, ma entro la fine di questa settimana il parlamento locale potrebbe decidere di anticiparlo. Il presidente dell’assemblea, Vladimir Kostantivov, ha escluso l’ipotesi di «cambiamenti nell’integrità territoriale ucraina». I quesiti saranno quindi sull’autonomia e forse – come ha ipotizzato il premier Serghiei Akseniev – sulle modifiche alla Costituzione e sulla creazione di un esercito, ma non sull’annessione alla Russia. Sullo sfondo, però, c’è un altro referendum, quello che si terrà a Sebastopoli nelle stesse date e che potrebbe rappresentare il moltiplicatore dei sentimenti filorussi in tutta la regione. A Sebastianopoli, salvo sorprese dell’ultima ora, la richiesta dovrebbe vertere proprio sull’annessione a Mosca, come anticipato da Ivan Komelov, membro della commissione incaricata di redigere il quesito referendario. «La maggioranza della popolazione vuol essere parte della Russia, su questo non ci sono dubbi, stiamo solo mettendo a punto i dettagli tecnici per il voto», ha detto Komelov, parlando davanti alla sede dell’amministrazione della città presidiata dai manifestanti filo-russi, molti dei quali gridavano «Gli americani devono smettere di bere il sangue russo». In questo contesto Putin ha ordinato il rientro delle truppe che, dal 26 febbraio fino a ieri, sono state impegnate in una maxi esercitazione militare nei distretti centrale e occidentale della Russia, anche ai confini con l’Ucraina, e che hanno coinvolto 150 mila uomini, 90 aerei, 120 elicotteri, 880 carri armati, oltre 1200 mezzi di vario genere e sino a 80 navi della flotta del Nord e del Mar Baltico. A parole, comunque, non c’è stato alcun passo indietro rispetto alla posizione dei giorni scorsi: la necessità di usare le armi «non c’è», ma «la possibilità rimane», anche alla luce del fatto che «la Russia si riserva il diritto di ricorrere a tutti i mezzi per proteggere i russi in Ucraina». Comunque, ha precisato ancora il capo del Cremlino, un eventuale impiego dell’esercito avverrà solo dietro «una richiesta del presidente legittimo», che per lui resta Viktor Ianukovich, sebbene lo consideri ormai «privo di avvenire politico». Mosca vede l’insediamento del nuovo governo di Arseni Iatseniuk come il frutto di «un’azione incostituzionale» e di «una presa del potere con le armi» e, ha fatto sapere Putin, «non riconoscerà le presidenziali ucraine» fissate per il 25 maggio «se si svolgeranno in una atmosfera di terrore».