Prato, per la prima volta i cinesi sfruttati si ribellano. Merito dell’azione del centrodestra

Ci sono voluti sette morti, sette lavoratori bruciati vivi il 1 dicembre scorso a Prato, perché il muro d’omertà e di paura iniziasse a mostrare le sue crepe. Il resto lo ha fatto una politica accurata e intelligente che porta la firma dell’assessore all’integrazione (centrodestra), Giorgio Silli, per far emergere le storie di sfruttamento di manodopera che si nascondono dietro ai muri degli anonimi capannoni dove lavorano, come formiche impazzite, migliaia di operai cinesi. Fino a poco tempo nessuno avrebbe mai potuto immaginare una storia così in quel quadrilatero silenziosamente operoso dove tutti sanno tutto ma nessuno parla. E, invece, qualche giorno fa è successo: tre lavoratori cinesi si sono rivolti agli uffici del Comune di Prato per denunciare le condizioni di sfruttamento a cui sono sottoposti da parte di loro connazionali. Lo ha rivelato, con un certo orgoglio poiché la politica seguita finora ha, evidentemente, dato i suoi frutti, l’assessore comunale pratese all’integrazione Giorgio Silli, ricordando che il primo caso di un lavoratore cinese che ha denunciato il suo datore di lavoro ha portato, a dicembre scorso, alla condanna di una coppia di orientali e spiegando che le nuove tre denunce sono state ricevute tra settembre e pochi giorni fa: proprio l’ultimo orientale che si è rivolto agli uffici comunali ha dichiarato di lavorare anche 16 ore di fila, dalle 10 alle 2 di mattina, no stop, ogni giorno. Un’aberrazione. A convincere il cittadino cinese a ribellarsi ai suoi aguzzini è stata la campagna contro lo sfruttamento della manodopera clandestina. Da quel momento è stato un susseguirsi. Evidentemente il gesto del lavoratore, così inusuale in un mondo che non prevede alzate di testa, ha fatto breccia. E in seguito alla denuncia del primo cittadino cinese che si e’ ribellato, spiega Giorgio Silli «da settembre 2013 altri tre lavoratori cinesi si sono rivolti agli uffici del Comune per denunciare la loro situazione di sfruttamento. L’ultimo proprio 2 giorni fa».
Come è potuto accadere qualcosa di così impensabile? «Si è andato formando un rapporto di fiducia con le istituzioni e nello specifico con il Comune soprattutto dopo che i datori di lavoro sono stati condannati in primo grado, dando prova che l’Italia è un paese serio dove lo Stato c’è ed è forte».
«Quando si parla di problemi complessi come quello del distretto parallelo cinese – spiega così la sua strategia, Silli – prima di tutto si deve pensare a decapitare il sistema e colpire i cosiddetti pesci grossi. Solo con le denunce degli sfruttati si potrà continuare a risalire ad i veri responsabili, quindi esorto a fidarsi delle istituzioni e a mettere tutto nero su bianco: non saranno lasciati soli». Una promessa che potrebbe evitare altre morti, come quelle dei sette operai scomparsi quasi quattro mesi fa.