Otto marzo: un’occasione preziosa per quelle che si sentono diversamente femministe

Diciamo la verità: la festa della donna è un po’ bollita. Almeno per come l’abbiamo conosciuta nella sua iconografia tradizionale e per le troppe occasioni perse, ridotta a un venticello la tempesta degli anni ’70 che scosse mezzo mondo, scardinò vecchi linguaggi, rimise in moto la società entrando da protagonista nella contestazione, il femminismo si è tradotto nell’equazione donna è bello consacrata dall’epopea del velinismo di destra e di sinistra. Rimangono sul campo frammenti di retorica dell’emancipazione contro la supremazia del maschio (ridotta a sua volta a insulti e volgarità a sfondo sessuale targate Cinquestelle o Lega) e dosi di rivendicazionismo sindacale sulle quote (è di queste ore la crociata trasversale sulla riforma elettorale per l’alternanza di genere nelle liste). Per non citare la commercializzazione dell’8 marzo anch’essa vittima della logica del profitto e del business in rosa di ristoranti, palestre, agenzie di viaggi. Offerte speciali e sconti alle donne per celebrare la loro festa: come a dire non vi basta un’ora di fitness gratis e una mimosa spelacchiata in omaggio? Nata in memoria delle operaie morte nel rogo di una fabbrica newyorkese nel 1908 (istituita ufficialmente in occasione della battaglia per il suffragio universale dal Partito socialista americano nel 1909, come puntualizza un servizio di Vanity Fair), dopo oltre un secolo l’8 marzo rappresenta la cartina al tornasole della mutazione “genetica” del complicato universo femminile. Può essere l’occasione per serrare i ranghi contro l’escalation di violenze, femminicidi, stalking, discriminazioni e rigurgiti di machismo che oltrepassi il ricordo museale delle conquiste sociali e politiche; un momento, insomma, per riflettere sui passi ancora da compiere nella cultura e nella realtà legislativa sempre troppo arretrata rispetto alla società.

Che cosa vogliono le donne per l’8 marzo? “Arrivarci vive”, risponde una vignetta di Ellekappa su Repubblica che sembra cogliere più di tante dotte dissertazione disagi, aspettative, prospettive dell'”altra metà del cielo” vittima più dei colleghi uomini di una globalizzazione senz’anima. Le analisi confermano che sono lontanissimi i tempi dell'”utero è mio”, le donne chiedono “semplicemente”  lavoro, asili nidi, educazione sessuale nelle scuole, insomma la solidarietà sociale e la complicità delle strutture pubbliche. Non più angelo del focolare, la donna multitasking che nel quotidiano veste di volta in volta i panni della talentuosa professionista, della casalinga tuttofare, della madre iperattiva e vigile, della moglie è costretta a cavarsela da sola in un vortice che corre veloce mentre il mondo “fuori” non tiene il ritmo. Con l’aggravante dei «sensi di colpa di donne che ogni giorno fanno i conti con quello che sono e con quello che “gli altri” si aspettano da loro», osserva Guia Soncini. Alcune guardano con speranza e curiosità al nuovo governo per metà composto da donne, ma sarà all’altezza del compito visto che “le donne al comando” sembrano guardare sempre più il mondo con occhi maschili finendo per usare parametri e valori che invece andrebbero valutati criticamente se non combattuti?

Non tutte le donne protagoniste dell’ultima stagione politica hanno contribuito alla “causa”. Non lo è stata la femminista Laura Boldrini, la lady di ferro a Montecitorio dalla fragile emotività, ingessata nei luoghi comuni della difesa a oltranza delle minoranze e del diverso, più impegnata a difendere la sua immagine che l’istituzione che rappresenta; non lo è stata la ministra Cancellieri finita nel mirino per la telefonata con Ligresti, complice dell’italianissimo rito delle raccomandazioni come un uomo qualunque; non lo è stata Nicole Minetti sfoggiando la maglietta “sotto la t-shirt sono ancora meglio”; non lo è stata, infine, Cecile Kyenge per la sua nullità politica sottolineata anche dagli “amici” come Gad Lerner.