Ordinò di sparare sulla folla durante la rivolta d’Ungheria: alla sbarra dirigente comunista

A 24 anni dalla caduta del regime comunista in Ungheria un ex dirigente comunista compare davanti al tribunale di Budapest con l’accusa di crimini di guerra. Bela Biszku, 93 anni, era ministro dell’interno nel governo diretto da Janos Kadar e, secondo l’atto di accusa, avrebbe dato l’ordine di sparare contro i manifestanti oppositori del regime provocando così la morte di 49 persone. Biszku è stato incriminato dalla Procura lo scorso ottobre su rivendicazione dell’estrema destra che lo considera il principale responsabile della sanguinosa repressione del 1956. Negli anni Novanta, dopo la svolta democratica in Ungheria, il primo governo eletto democraticamente voleva processare gli ex dirigenti comunisti ma la Corte costituzionale abrogò la legge che lo consentiva perché, a suo giudizio, i reati erano caduti in prescrizione. Evidentemente non è così, se ancora oggi continuano a catturare e processare responsabili di crimini di guerra. In quella rivolta popolare morirono non 49 persone, ma circa quattromila. Inoltre il 3 per cento dell’intera popolazione ungherese fu costretta a espatriare nei Paesi liberi: oltre 250mila persone abbandonarono tutto  per fuggire dalla brutale dittatura. Fu la prima repressione sovietica di una certa consistenza: il 4 novembre 1956 l’Unione Sovietica inviò duecentomila soldato e quattromila carri armati in Ungheria. Alle 5 del mattino la Radio di Stato ungherese trasmise questo drammatico messaggio del primo ministro Imre Nagy (giustiziato nel giugno 1958, oggi eroe nazionale): «Qui parla il Primo Ministro Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito la nostra capitale con l’evidente intento di rovesciare il governo legale e democratico di Ungheria. Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. Il governo è al suo posto. Comunico questo fatto al popolo del nostro Paese ed al mondo intero». L’appello, come è noto, rimase inascoltato. L’Onu, oggi tanto attivo per la Crimea, per l’Ungheria non si mosse. E lì c’era un’invasione armata, non un referendum democratico. L’Europa fece lo stesso. Non ascoltò e non parlò.