Nicola Calipari rimane nel nostro cuore: così morì un eroe italiano

L’Aula di Montecitorio ha tributato un unanime applauso alla memoria di Nicola Calipari nel nono anniversario della morte. Tutti i deputati si sono levati in piedi per rendere omaggio all’eroico servitore dello Stato ucciso dal «fuoco amico» sulla strada dell’aeroporto di Baghdad la sera del 4 marzo 2005,  mentre riportava in patria la giornalista Giuliana Sgrena, appena liberata dai rapitori dopo una delicata e difficile missione.  La Camera ha voluto commemorare così, con grande commozione, il funzionario del Sismi caduto non solo per lo Stato ma anche per i sentimenti di umanità e civiltà. Per la presidente della Camera, Laura Boldrini,  l’esempio fornito da Calipari va «ricordato e valorizzato». Anche il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, ha ricordato la figura dell’agente italiano, indicandolo come «fedele difensore dei valori della piena libertà, il cui conseguimento, a volte, costa moltissimo anche in termini personali».

Ma a commemorare Calipari non ci sono solo le istituzioni. Il funzionario del Sismi  è rimasto nel cuore degli italiani, come testimonia ilo continuo e ampio  richiamo al suo sacrficio sui social media in questi giorni. La nostra gente non ha dimenticato Calipari per l’ultimo, straordinario gesto di abnegazione che gli costò la vota: protesse con il suo corpo l’ostaggio rimanendo colpito dalle raffiche sparate dal soldato americano Lozano al posto di blocco. Di Calipari rimane anche il ricordo delle sue grandi qualità umane e della sua alta professionalità. In tal senso, è pressoché unanime il riconoscimento che la sua uccisione abbia arrecato un rilevante  danno allo Stato italiano. E poi ci sono la rabbia, i dubbi, la diffusa sensazione che le autorità americane non abbiano voluto andare fino in fondo nell’accertamento della verità, come dimostra la frettolosità dell’inchiesta che ha scagionato Lozano e gli altri  componenti del posto di blocco. Troppe sono le circostanze che non quadrano nella versione americana, come la velocità della macchina, che non poteva, in quel punto,  essere elevata come invece sostengono le autorità Usa; come anche il fatto che l’auto viaggiava con le luci interne accese, in segno di amicizia; come inoltre la circostanza  che la  prima raffica non fu diretta contro le gomme (nei posti di blocco si tenta innanzi tutto di bloccare le auto sospette), ma proprio contro gli occupanti dell’auto. In quella tragica sera a Baghdad qualcuno sbagliò. E non fu certo Calipari.