Moro, la Procura di Roma ascolterà Rossi. Ma le ombre sul ruolo dei servizi hanno già trovato conferma

È partita da Bra, nel Cuneese,  l’indagine sulla presenza di una moto Honda in via Fani il giorno del rapimento di Aldo Moro, moto a bordo della quale vi sarebbero stati, secondo le recentissime rivelazioni dell’ex-ispettore di Polizia Enrico Rossi, due uomini dei Servizi segreti alle dipendenze del colonnello Camillo Guglielmi, incaricati di “proteggere” le Br durante il sanguinoso sequestro. In una casa della cittadina piemontese venne, infatti, eseguita, nel maggio del 2012, la perquisizione che portò alla scoperta di una pistola cecoslovacca Drulov collocata su un mobile al cui interno si trovava una copia – ristampata – dell’edizione straordinaria del quotidiano “La Repubblica” del 16 marzo 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro.
Al momento della visita della Digos nella sua abitazione braidese, l’uomo, A.F., nato nel 1945 nella cittadina piemontese e identificato come colui che quel giorno guidava la moto Honda, non era presente: ormai abitava da tempo a Firenze. C’era invece la moglie, dalla quale era legalmente separato. Dalle indagini della Procura torinese A.F. non risultò essere un uomo dei Servizi, né implicato nel caso Moro e, poco più di tre mesi dopo quella perquisizione, il 7 settembre 2012, l’uomo moriva a Cecina, in provincia di Livorno. Il fascicolo di indagine, inizialmente gestito dalla Procura di Torino, poiché la lettera anonima che rivelava la pista dei Servizi segreti per i due uomini in moto sul luogo dell’agguato venne recapitata al quotidiano La Stampa, fu rubricato alla voce “anonimi” e le carte vennero poi trasmesse per competenza territoriale alla Procura di Roma. Che infatti, oggi, sottolinea di essere stata a conoscenza dei fatti descritti dall’ex-ispettore di polizia Enrico Rossi, con particolare riferimento allo scritto anonimo del passeggero della moto, divulgato sei mesi dopo la morte, già dal 2012. Lo scritto, rivela oggi la Procura di piazzale Clodio, era stato recapitato alla Procura di Torino nel 2010 e da questa, dopo una serie di accertamenti, girato ai colleghi romani per competenza territoriale. Le indagini svolte nel capoluogo piemontese non avrebbero sortito particolari effetti, aldilà dell’identificazione dell’uomo che aveva lavorato in una casa discografica di Torino.

Ciò non toglie che la Procura guidata da Pignatone ha deciso oggi di ascoltare nei prossimi giorni Enrico Rossi, l’ispettore di polizia in pensione che ha riferito all’Ansa l’esito delle indagini che fece quando era in servizio alla Digos di Torino sulla lettera anonima in cui si sosteneva che c’erano due esponenti dei servizi a bordo della moto Honda presente in via Fani durante il sequestro di Aldo Moro. Se ne occuperanno il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Luca Palamara, titolari dell’ultima inchiesta su quei 55 giorni, aperta lo scorso anno sulla base di un esposto dell’ex-giudice istruttore Ferdinando Imposimato. Ed anche il Copasir si muove: nella riunione dell’ufficio di presidenza in programma domani, infatti, il Comitato di controllo sui servizi segreti potrebbe decidere come affrontare la vicenda.
Certo è che vi sono ancora moltissimi misteri irrisolti sul particolare momento dell’agguato e su quei minuti terribili.

I brigatisti hanno sempre escluso che ci fosse qualcun altro oltre a loro sulla scena del delitto, almeno per quanto era a loro conoscenza. Ma, certamente, vi erano quei due uomini a bordo della moto Honda blu, uno dei quali, il passeggero, travisato con un cappuccio scuro, fece fuoco con un’arma, che venne definita una mitraglietta, contro l’ingegner Alessandro Marini che, incautamente, stava entrando per caso nel teatro dell’agguato a bordo del suo motorino, all’incrocio fra via Stresa e via Fani. Marini cadde a terra, i proiettili sparati dall’uomo incappucciato seduto dietro al guidatore della moto, trapassarono il parabrezza. E allo sparatore cadde un piccolo caricatore, testimoniò l’ingegner Marini facendo poi ritrovare agli investigatori il pezzo dell’arma a terra. Marini, interrogato nell’immediatezza del fatto, appena un’ora dopo l’agguato, fu molto preciso nella descrizione, spiegò con molta precisione quanto aveva visto in tempo reale durante l’agguato rivelando anche che il guidatore della Honda, molto magro, dimostrava circa 20-22 anni  e aveva un viso lungo e scavato, molto simile a quello dell’attore Eduardo De Filippo. Intimidito e minacciato nei giorni a seguire, Marini, a un certo punto, preferì espatriare e se ne andò in Svizzera.
Anche l’agente della Polstrada Giovanni Intravedo, che non era in servizio e che a bordo della sua Fiat 500 fu bloccato da una donna armata di mitra all’incrocio con via Stresa raccontò di quella moto di grossa cilindrata con due uomini a bordo.
Agli investigatori, comunque, rimase quel caricatore trovato a terra. Ma non solo.

Sulla scena dell’agguato vennero repertati 39 bossoli davvero singolari: erano ricoperti da una vernice protettiva e non riportavano la data di fabbricazione. Due elementi che faranno saltare sulla sedia il perito del Tribunale. Per l’esperto non c’erano dubbi: la mancata indicazione della data di fabbricazione era il tipico modo di operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per la fornitura a forze statali non convenzionali. I Servizi, in pratica. Com’erano finiti quei 39 bossoli a via Fani? Erano state le Br ad utilizzare i relativi proiettili? E, nel caso, come e da chi li avevano avuti?

E ancora: durante l’agguato l’appuntato Domenico Ricci tentò disperatamente una manovra per divincolarsi, mentre le auto della scorta venivano sommerse da una gragnuola di proiettili, dalla trappola che i brigatisti avevano architettato mettendo le macchine di traverso e facendosi praticamente tamponare. Tentò di uscire con l’auto dalle due macchine che lo avevano bloccato ma, sulla destra, a impedirgli la manovra, c’era, purtroppo, un’Austin Morris che si era parcheggiata proprio nel posto che, normalmente, era occupato dal furgone Ford Transit del fioraio ambulante Antonio Spiriticchio al quale, nottetempo, le Br avevano bucato le gomme sotto casa per evitare di ritrovarsi il fioraio fra i piedi.
Quell’Austin Morris, targata RomaT50354, era stata acquistata un mese prima dell’operazione Moro da una società immobiliare , la Poggio delle Rose, che aveva sede in Piazza della Libertà 10, a Roma. Esattamente nel palazzo dove avevano sede le società di copertura dei Servizi e anche l’Immobiliare Gradoli, proprietaria di alcuni appartamenti del civico 96 nell’omonima strada romana, via Gradoli, dove è stato ritrovato durante i 55 giorni il covo-prigione delle Br. Azionista di maggioranza dell’immobiliare Gradoli era la società Fidrev che svolgeva assistenza tecnico-amministrativa per il Servizio civile attraverso la Gus e la Gattel, società di copertura del Sisde.

Ma c’è dell’altro. Nel 1991 un sedicente agente del Sismi, Pierluigi Ravasio, ex-carabiniere paracadutista appartenente alla sezione sicurezza del Sismi, rivelò a un inviato di Panorama e all’onorevole Cipriani, componente della Commissione stragi, che il colonnello Camillo Guglielmi, soprannominato “Papà” e suo superiore diretto quel 16 marzo era pochi metri da via Fani. Convocato dalla Procura di Roma, il 13 maggio 1991 Ravasio ritratta la sua versione dei fatti negando decisamente. Tre giorni dopo viene convocato dal sostituto procuratore di Roma Luigi De Ficchy lo stesso colonnello Guglielmi, il quale invece conferma che quel giorno, alle 9 e 30, si era recato al numero 117 di via Stresa dal suo amico colonnello Armando D’Ambrosio che lo aveva invitato a pranzo. De Ficchy, a quel punto, convoca ovviamente D’Ambrosio. Che conferma la visita di Guglielmi. Ma alle 9, non alle 9 e 30: «Guglielmi si è presentato a casa mia poco dopo le 9, non era affatto atteso, e non esisteva alcun invito a pranzo, si è intrattenuto per qualche minuto a casa mia ed è tornato in strada dicendo: “Deve essere accaduto qualcosa”. Insomma Guglielmi non era stato invitato a pranzo. Anzi, non era stato invitato affatto. Cosa ci faceva dunque lì alle 9 del mattino?

Oggi, dopo le rivelazioni dell’ex-ispettore di polizia Enrico Rossi forse conviene rileggere sotto altra luce la presenza di Guglielmi sul luogo dell’agguato 5 minuti prima che le armi iniziassero a sparare e mentre i brigatisti si andavano sistemando nelle proprie posizioni di fuoco.