Marò, spunta l’ipotesi di foto e video (favorevoli ai due militari) che documentano lo scontro a fuoco

Potrebbero esserci le immagini dello scontro che ha coinvolto i due marò italiani di fronte alla costa indiana. Secondo il giornalista Toni Capuozzo, che ha raccolto informazioni al riguardo, fra la dotazione prevista dalla Marina Militare italiana per i militari del 2° Reggimento della Brigata San Marco inquadrati nei Nuclei militari di protezione antipirateria vi dovevano essere anche telecamere e macchine fotografiche ma, in quel caso, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vennero mandati senza questo equipaggiamento. Tuttavia, grazie alla presenza di telefonini e di una macchina fotografica, lo scontro venne documentato e le immagini vennero poi condivise via internet con il Centro Operativo Interforze. Senza, tuttavia, essere poi fornite alla Procura di Roma né essere utilizzate a supporto della difesa, di fronte alla giustizia indiana. Quelle immagini, sostiene Capuozzo, «restano dentro un cassetto». Parole gravi che lasciano immaginare una gestione molto superficiale dell’intera vicenda.

Capuozzo avanza anche tre ipotesi sul motivo per il quale le immagini non vengono tirate fuori: semplicemente perché, suggerisce, non contengono nulla di rilevante. Oppure, seconda ipotesi, perché aggraverebbero la posizione dei due militari. Ma questa ipotesi andrebbe esclusa perché le immagini sono in possesso del governo indiano in quanto il verbale di sequestro effettuato nel porto indiano di Kochi parla di materiale vario fra cui le armi e, anche, una macchina fotografica e una o due telecamere. E, dunque, se le immagini aggravassero la responsabilità dei militari italiani sarebbero già state utilizzate dalla giustizia di New Dehli. La terza ipotesi è che le immagini scagionerebbero i due marò ma non vengono utilizzate in sede processuale perché evidenzierebbero l’enorme responsabilità di chi ha inviato il team Nmp senza la prevista strumentazione al completo.

In effetti il 25 maggio del 2012 l’Imo, l’International Maritime Organization, con sede a Londra, una convenzione autonoma dell’Onu incaricata di sviluppare i principi e le tecniche della navigazione marittima internazionale, aveva affrontato il tema specificando che, in caso di incidente, il team leader delle guardie armate private deve redigere un rapporto completo supportato, per quanto possibile, da materiale fotografico e o video.
In un documento di una decina di pagine contenente la normativa revisionata, l’Imo aveva elencato una lunga serie di raccomandazioni per armatori, operatori navali e comandanti sull’utilizzo di personale armato a bordo delle navi che transitavano in aree ad alto rischio e, quindi, nelle zone a elevato rischio pirateria di fronte alle coste della Somalia nello specchio di mare che la divide dall’India, circa un milione di chilometri quadrati sui quali tracciano la loro rotta tanto le navi mercantili di mezzo mondo quanto i pirati somali sempre più agguerriti, armati e ben decisi a non lasciarsi sfuggire ricchi bottini.

Nella guida, l’organizzazione dell’Onu, che ci tiene a sottolineare che non approva l’utilizzo di personale armato a bordo nave ma ne comprende il motivo, dettaglia quelle che sono le linee alle quali bisogna attenersi raccomandando, in particolare, che prima di ipotizzare l’utilizzo di uomini armati a bordo siano esperite tutte quelle opzioni alternative fra le quali l’analisi della difesa passiva e, anche, le cosiddette best management practices, per assicurare, insomma, che è stato fatto tutto quanto è possibile prima di adottare l’opzione armata.

Le perplessità dell’Imo sull’utilizzo di personale armato sono spiegate con il fatto che l’organizzazione ha notato che  il numero delle società di contractor per questi specifici scopi è aumentato a dismisura negli ultimi tempi, di pari passo con il numero crescente di attacchi dei pirati e c’è il rischio che non tutte le aziende siano altezza del delicatissimo compito. Insomma la questione che preoccupa l’Imo sembra più orientata ai contractor privati piuttosto che ai militari di professione utilizzati a bordo nave, com’è il caso dei fucilieri di Marina inquadrati nell’aliquota dei Nuclei Militari di Protezione di stanza a Gibuti e il cui utilizzo nasce nell’agosto del 2010 nella cornice di uno studio tecnico operativo dello Stato Maggiore della Marina a conclusione di un tavolo tecnico al quale hanno partecipato lo Stato Maggiore Marina, esperti della Farnesina e del ministero dei Trasporti e rappresentanti di Confitarma, l’associazione degli armatori italiani che poi sarebbero stati i veri beneficiari.

Chiamato a spiegare di fronte al Parlamento qual’era la soluzione che la Marina Militare aveva pensato di adottare per fronteggiare gli atti di pirateria in un’area così vasta come quella del cosiddetto “Bacino Somalo”, il 15 giugno 2011 l’Ammiraglio di Squadra, Bruno Branciforte, già direttore del Sismi, aveva tratteggiato il progetto dei Nuclei Militari di Protezione imbarcati sulle navi mercantili in transito in quell’area ad alto rischio spiegando anche che i militari italiani coinvolti avrebbero poi contribuito anche all’acquisizione  e alla condivisione di  informazioni operative, tramite il Comando in Capo della Squadra  Navale, il Cincnav ubicato a Santa Rosa, in provincia di Roma, con le altre unità navali operanti in area nell’ambito delle operazioni nazionali e multinazionali in corso. In definitiva l’approccio dei pirati alla Enrica Lexie e tutto ciò che è avvenuto dopo compreso il messaggio di “approach pirate attack“, le manovre per defilarsi dall’attacco e gli avvisi ottici e i colpi in mare documentati dalla macchina fotografica e dalle telecamere dei telefonini sarebbero stati condivisi, in un’ottica di allerta generale, tanto con il Cincnav quanto con le altre navi militari che si trovavano in zona. Almeno questo era quanto prevedevano le procedure che erano obbligati a seguire i militari degli Nmp.