Marino se la prende con lo “stradone fascista”. Ma la sua idea di governo della città è datata anni Novanta. Ed è già archiviata

A credere nel sindaco Ignazio Marino sono rimasti in pochi. Il premier Matteo Renzi non lo ama e questa è già una certezza che fa vacillare la poltrona del primo cittadino capitolino. Il Pd non lo apprezza. Ma c’è dell’altro. Gli ultimi annunci di Marino, con tutta probabilità indirizzati a ricucire un po’ la sua immagine strappata, sono tutti collegabili alla filosofia di una politica dell’immagine che è ormai databile agli anni Novanta. L’idea era che potesse bastare andare sui giornali, fare annunci choc e “rivoluzionari” sulla struttura urbanistica di una città, far parlare di sé per iniziative per la cui realizzazione si sarebbero impiegati decenni e il gioco della popolarità sarebbe stato vinto. Questo è ciò che ha fatto, ad esempio, Francesco Rutelli. L’idea di un parco archeologico ai Fori, con relativo smantellamento dello “stradone fascista” voluto dal Duce nel fatidico Ventennio (un’idea fissa di Petroselli e Antonio Cederna) fu strombazzata infatti anche da lui. Si fece un po’ di dibattito, un po’ di movimento di comunicati stampa e ciò servì a coprire altre magagne che intanto si radicavano nell’Urbe senza che nessuno pensasse alla giusta cura di riequilibrio (per esempio la proliferazione di centri commerciali a ridosso del Gra). Rutelli era più immaginifico di Marino: tirò fuori il progetto cento piazze, le fioriere, la navigabilità del Tevere. E intanto il traffico soffocava la città e la cronica mancanza di asili nido non veniva risolta. Marino oggi, imitando quella gestione della funzione di sindaco, ripercorre una ricetta abusata. Ritiene di poter sopravvivere a evidenti fallimenti gestionali con l’effetto-annuncio, magari con il rock dei Rolling Stones, magari risuscitando l’antica ossessione della sinistra contro via dei Fori Imperiali (come se la città avesse bisogno di nuove guerre ideologiche). Ritiene di poter ricompattare una sinistra lacerata con le domeniche a piedi e la promessa di piste ciclabili. Tutta questa mentalità, che va bene per andare sui giornali ma non per amministrare secondo il bene della cittadinanza, andrebbe totalmente ribaltata per recuperare lo slogan “piccolo è bello”.

Non grandi annunci ma minuti e quotidiani interventi in ogni quartiere (e non solo nel centro storico) per dare ai cittadini la certezza che il Comune si prende cura di loro, delle buche per strada, del lampione rotto, del semaforo da installare, dell’albero da potare, della panchina nel giardinetto sotto casa. Ci vorrebbe, però, il coraggio di andare in controtendenza; di sapere che la qualità della vita urbana è diventato un valore sempre più apprezzato e sempre più apprezzabile per non deludere gli elettori; di rendersi conto che la stagione dei sindaci decisionisti è passata perché bisogna tirare la cinghia dal Quirinale fino al più piccolo dei municipi. Bisognerebbe ripensare l’agenda degli obiettivi: via il concerto dei Rolling Stones, per esempio, e regolamentazione severa degli orari di carico e scarico merci per alleviare il traffico. Via l’idea di demolire lo “stradone fascista” e regolamento severissimo per i pullman turistici. Sarebbe una scelta sensazionale, senza nulla togliere al mitico gruppo di Mick Jagger.