Legge elettorale in salita, l’approvazione slitta a lunedì su richiesta di Fratelli d’Italia

L’aula della Camera sarà impegnata nell’esame della legge elettorale fino a mezzanotte, ma nonostante la “maratona”, i lavori verranno aggiornati nel “posticipo” di lunedì. La decisione è stata presa a maggioranza in Conferenza dei capigruppo a Montecitorio, dove – viene riferito –

Fratelli d’Italia ha avanzato la proposta di non proseguire l’esame della riforma nella giornata di venerdì 7 marzo, per consentire al partito di svolgere il congresso che si terrà a Fiuggi. La richiesta è stata accolta, ma il capogruppo del Pd, Roberto Speranza si è detto contrario. Alcuni nodi importanti, come i collegi, le circoscrizioni, ma soprattutto la parità di genere, sono stati al momento accantonati, in attesa di un accordo nella maggioranza. Le deputate stanno dando vita a un ampio fronte bipartisan, raccogliendo firme trasversali fra i banchi di Montecitorio per una lettera appello a Renzi in favore delle misure sulla parità di genere che consentono l’alternanza uomo-donna nelle liste. In attesa di superare questo scoglio, sul quale si sta formando un ampio consenso, la discussione registra la bocciatura di un emendamento presentato dal responsabile riforme di Scelta civica, Renato Balduzzi, che chiedeva di includere nel calcolo dei voti da assegnare alla coalizione solo le liste collegate che avessero conseguito a livello nazionale almeno l’1% dei voti validi espressi. Sull’emendamento governo e commissione avevano dato parere negativo.

Si registra invece l’ok all’emendamento Parisi (FI) che prevede che siano computati nel calcolo dei voti da attribuire alla coalizione i voti ottenuti dalle «liste che si siano presentate in meno di un quarto dei collegi plurinominali, con arrotondamento all’unità inferiore», anche se non superano lo sbarramento del 4,5%, purché il partito per così dire “principale” della coalizione superi la soglia di ingresso prevista per i partiti che si presentano coalizzati. Fuori dai tecnicismi, significa che i voti ottenuti dai “piccoli” partiti pur non consentendo loro l’ingresso in Parlamento, perché sotto lo sbarramento del 4,5%, servono alla coalizione per superare la soglia del 12% e, soprattutto, puntare ad arrivare ad ottenere il premio di maggioranza, che scatta se si ottiene, appunto come coalizione, il 37% dei voti. Emendamento, questo, che ha fatto infuriare i piccoli partiti. La Camera ha poi respinto, a scrutinio palese, l’emendamento che abbassava la soglia di sbarramento dal 4,5% a 4%. I “no”sono stati 308 contro i 215 sì (a favore hanno votato anche i Cinque Stelle).

Mentre erano in corso le discussioni è arrivata una nota del capo dello Stato Napolitano. «È fuorviante chiedere al Presidente della Repubblica – in nome di presunte incostituzionalità – di pronunciarsi o “intervenire” sulla materia». È quanto si legge nella nota  del Quirinale dove viene sottolineato inoltre che «essendosi finalmente messo in moto alla Camera dei Deputati un iter di revisione di detta legge, il Presidente della Repubblica non può che auspicarne la conclusione positiva su basi di adeguato consenso parlamentare, non avendo altro ruolo da svolgere che quello della promulgazione – previo attento esame – del testo definitivamente approvato dalle Camere».

La maggioranza favorevole alla legge, che comprende oltre a forze che sostengono il governo – Pd, Ncd, Per l’Italia e Sc – anche Forza Italia, sta reggendo, sia pure con qualche sbavatura, alle temute prove di voto segreto. Mariastella Gelmini ha sottolineato che i soli voti della maggioranza di governo non sarebbero sufficienti a far passare il provvedimento, sottolineando l’importanza decisiva dell’apporto di FI, sul cui senso di responsabilità è tornato il capogruppo Renato Brunetta: «Io ero d’accordo con l’accordo Renzi-Berlusconi, sono stato e sono in disaccordo su ogni ulteriore accordo che degradi quell’impianto originario. Però sono anche dell’avviso che il passaggio alle riforme e il riformismo di questa fase richiede molto senso di responsabilità. Noi l’abbiamo, il presidente Berlusconi ce l’ha. Dentro al Partito democratico ce n’è molto meno».