L’ambiguità di Marino su CasaPound nasconde disinformazione o volontà di scontro

Ignazio Marino ha preso tempo. Svicolando, restando ambiguo, ma anche rimandando a quel Luigi Nieri, oggi vicesindaco, tradizionalmente pronto a lanciare allarmi e parlare di emergenze democratiche. In visita in un liceo romano, il sindaco ha risposto ad alcune domande degli studenti, fra i quali uno chiedeva chiarimenti sull’assegnazione a CasaPound della sua sede romana, quel palazzo in via Napoleone III occupato ormai dieci anni fa e abitato da una dozzina di famiglie, molte delle quali con bambini. «Credo che non si debbano usare i beni della comunità per darli a gruppi che esaltano azioni violente. Questa amministrazione non solo non lo fa, ma cerca anche di tornare indietro su decisioni prese in passato che vanno in altre direzioni», ha detto Marino, salvo poi aggiungere che quella dello studente era «una domanda provocatoria in senso positivo». «Rispetto a quel tipo di violenza culturale verrebbe da dire “li isoliamo, li portiamo via”. Ma si tratterebbe di una risposta che contiene anch’essa una forma di violenza. Il modo migliore è cercare sempre il dialogo e sono convinto che si tratti dell’unico percorso che possiamo seguire perché la violenza genera sempre altra violenza», ha proseguito il primo cittadino, precisando che «non conosco esattamente la situazione, ma chiederò a Luigi Nieri, che ha la delega alla gestione del patrimonio, per avere chiarimenti più precisi». «Credo – è poi tornato a dire Marino – che il Comune di Roma non possa assegnare in nessuna circostanza immobili o risorse a qualunque tipo di organizzazioni che utilizzano nelle proprie attività qualunque forma di violenza o di non accettazione dell’equilibrio e del senso civico». Al di là della vulgata secondo cui CasaPound sarebbe un movimento violento, quel era il senso delle parole di Marino? E ancora, qual era il senso di quella domanda, in una città in cui esiste una sola occupazione di destra e ci sono invece decine di occupazioni di sinistra che sventolano la bandiera dell’antifascismo militante, con tutto ciò che comporta in termini di violenza fisica e verbale? La risposta alla prima domanda sembra essere che Marino ha voluto mostrare il volto di un’amministrazione “buona”, che non condivide ma non reprime. In realtà, il rimando al vicesindaco Luigi Nieri, è tutt’altro che neutro e tutt’altro che sintomo di una volontà di dialogo. Esponente di Sel, ex Rifondazione, Nieri nel tempo è sempre stato pronto ad accusare Cpi di ogni nefandezza e a dichiararla «una minaccia per la città». In questo caso, però, ha dovuto alzare le mani: «Rassicuro Ignazio Marino e lo studente che ha fatto la domanda: la sede all’Esquilino di CasaPound non è di Roma Capitale», ha scritto su twitter, aggiungendo che «beni comuni mai ai violenti». Delle due l’una: o Marino davvero non sa niente di Roma e dei temi che la riguardano o quella domanda «positivamente provocatoria» – e questa potrebbe essere la risposta alla seconda domanda – era un modo, in assenza di altri pretesti, per tornare ad attaccare CasaPound, a parlare della sua presunta violenza e del fatto che questa amministrazione non riesce proprio a darsi pace per la sua esistenza. Era il modo, insomma, per lanciare una nuova campagna d’odio, magari per giustificare interventi a gamba tesa sollecitati da altri studenti «positivamente provocatori».