La sinistra nostalgica (irrisa da Jep Gambardella) già celebra il “capolavoro” di Veltroni su Berlinguer

La forza del passato. La fragilità del presente. E un’operazione nostalgia che, nel celebrare i trascorsi politici di ieri, delegittima contestualmente l’incisività del disegno strategico odierno. E allora, in questi giorni, Roma è tappezzata di manifesti che annunciano l’imminente uscita del film firmato Walter Veltroni, Quando c’era Berlinguer,dedicato appunto allo storico segretario di Botteghe Oscure, una delle figure più significative della politica italiana del dopoguerra. Il docu-film, prodotto da Sky con Palomar, uscirà in sala il 27 marzo con la Bim, e successivamente sarà proiettato in prima visione tv su Sky il 6 giugno.

Una sorta di operazione agiografica che, tra rimpianto e documentarismo, celebra con immagini di repertorio e spezzoni d’archivio, il leader comunista scomparso tent’anni fa.

In era di rottamazione coatta. In mancanza di figure progressiste realmente carismatiche. In assenza di punti di riferimento politico costanti. Con un management democrat come quello attuale, in progressiva disgregazione partitica e ideologica, e con referenti al vertice in continua alternanza, Walter Veltroni punta cinematograficamente sul passato “monocratico” della sinistra prima del trasloco a Largo del Nazareno. E guardando indietro alla storia del Pci, a quei capitoli introduttivi delle mille evoluzioni successive – dal Pds al Pd, con tutto quello che c’è stato durante – ne celebra uno dei protagonisti più forti, una delle personalità più amate del comunismo occidentale: quel comunismo intiepidito dal compromesso storico con la Democrazia Cristiana. Quello che, accreditandosi in nome dell’assistenzialismo di sinistra e del clientelismo doroteo, ha seminato proseliti (Berlinguer riuscì a far votare il suo partito da un cittadino su tre) e coltivato le difficoltà che poi si sarebbero endemizzate nel tempo, fino ad oggi.

Tra le macerie del presente, allora, nate dalla ceneri di ieri, l’ex segretario nazionale del Pd va a rovistare tra ambizioni e promesse, progetti realizzati e sconfitte elettorali, scegliendo di debuttare alla regia nel segno della politica: un modo per rendere omaggio sullo schermo alle sue due grandi passioni e, al tempo stesso, di trovare una via per comunicare dall’esilio parlamentare ambizioni di celluloide e sogni (di gloria politica) infranti. A partire proprio dal titolo, Quando c’era Berlinguer, che sicuramente molti militanti di sinistra troveranno in queste ore particolarmente malinconico e foriero di un nostalgismo mitigato solo dalla scelta di una formula espressiva asciutta – quella del documentario – che in nome di un lavoro di archivio e di una ricostruzione basata su immagini e testimonianze di repertorio, ripercorre le orme del segretario del Pci dal ’72 alla sua morte nel 1984, a Padova. O meglio:  il docu-film apre con la vittoria al referendum sul divorzio del maggio del 1974, e si chiude con i funerali di Berlinguer in piazza San Giovanni a Roma, avvenuti 10 anni dopo.

Nel mezzo, tra le righe del discorso documentale, il racconto di dieci anni di vita del partito comunista. E, nel riannodare i fili della memoria con il rimpianto per una politica armata di passione e munita di partecipazione popolare, Veltroni rivista problematiche, prospettive e occasioni perse di un decennio di storia italiana. Un po’ per replicare, 37 anni dopo, e con geometrica precisione narrativa, al flop del surreale e sboccacciato Berlinguer ti voglio bene, firmato Giuseppe Bertolucci e interpretato da Roberto Benigni. Un po’ per mettere in discussione e dare una stoccatina – non soltanto cinefila – all’establishment attuale.