La rivolta dei professori di latino e greco: siamo noi a scendere in piazza

Siamo alla follia. Il greco e il latino in soli quattro anni? La reazione degli insegnanti di queste discipline è furibonda rispetto alla posizione possibilista espressa dal neo titolare del Miur sulla riduzione dei licei a quattro anni. La sciagurata ipotesi lanciata dal precedente ministro Carrozza non viene infatti abbandonata da Stefania Giannini che ha rilanciato con un «parliamone», che è più che un “apertura” ai licei brevi. L’idea di un sapere contratto su quattro anni ripugna un po’ a tutti gli insegnanti, ma i primi a scendere in piazza tra due giorni sono gli insegnanti di latino, che  mercoledì 5 marzo daranno una dimostrazione di  “benvenuto” al neo-Ministro dell’istruzione. Dietro le chiacchiere per dimostrare la bontà del liceo short – la qualità prima della quantità, il sapere sintetico più “utile” di quello analitico ecc – si nascondono banali motivi di cassa, “tagli” sui professori e quant’altro: chi vive il mondo della scuola lo sa. Si tratta di un’ ulteriore tappa verso lo smantellamento della scuola pubblica a suon di riduzioni e mai di ripensamenti complessivi di tutti i corsi di studio.

Tornando al greco e al latino, solo chi lo ha studiato, chi lo insegna e chi lo approfondisce nelle università sa che anche cinque anni sono pochi, o comunque costituiscono il minimo indispensabile per conoscerne le strutture linguistiche e contenutistiche: si tratta dei “mattoncini” fondamentali della cultura umanistica e chi decide di affrontarla frequentando un liceo non può farcela seriamente in quattro anni, è una questione di serietà per chi lo insegna e per chi lo apprende. «In questo modo – afferma il Coordinamento dei docenti – le scuole superiori si indeboliranno ulteriormente e le nostre discipline perderanno definitivamente la possibilità di essere insegnate in maniera efficace. Questo atteggiamento porterà al progressivo oblio della cultura umanistica nel nostro Paese, quella cultura che ha sempre rappresentato un modello di riferimento dell’Italia agli occhi del mondo». La riduzione a quattro anni comporterà, necessariamente, una mutazione filosofica, la sintesi prevarrà sulla qualità, l’informazione sull’analisi. Praticamente il contrario dei valori di cui queste lingue sono portatrici. Il corpo insegnante è preparato ad affrontare una rivoluzione nel loro insegnamento in breve tempo? In una realtà economica e sociale, come quella in cui viviamo, è conveniente per i nostri giovani una preparazione più veloce e meno profonda? Il dibattito è aperto e si stanno confrontando due scuole di pensiero opposte. Tutto avrebbe un senso se la rimodulazione dei corsi di studi avvenisse in una cornice complessiva che veda elementari e medie accorpate in un ciclo di sette anni, ipotesi già sul tappeto da anni ma sul quale nessun ministro ha operato. Quando si invocano acriticamente gli altri Paesi che hanno già il liceo della durata di 4 anni, gli autorevoli ministri omettono di dire che in altre nazioni tutti i cicli di studi hanno una scansione temporale che giustifica la minor durata delle superiori. Va da sé che in Italia in mancanza di un piano logico complessivo, la riduzione dei licei a quattro anni è ipotesi irricevibile, “appesa” a una logica economicista che non porta didatticamente da nessuna parte. Se non verso la banalizzazione dei saperi.