La rissa tra gli intellettuali della lista Tsipras fa ridere (e piangere) anche “il Manifesto”

Niente da dire, sono dei fuoriclasse a sinistra nel dividersi. Tenere unito uno “spogliatoio”, che sia Pd o qualunque altra aggregazione, è impresa impossibile. E non è una questione di mister. Le vicende della lista Tsipras, che già prima di nascere conta più defezioni che aderenti, ne è l’espressione più grottesca. Per dirlo anche la direttrice del Manifesto, Norma Rangeri, vuole dire che è vero: «Mi cascano le braccia», si sfoga sul Corriere commentando le “baruffe chiozzotte” che hanno spinto Paolo Flores D’Arcais e Andrea Camilleri a sbattere la porta e a chiamarsi fuori dalla partita. Deve essere però un questione di cromosomi, perché nonostante tutto, la Rangeri dichiara di credere ancora nel progetto Tsipras, ossia il cartello della sinistra per le prossime europee (con il leader greco di riferimento). Del resto la lista voluta da Barbara Spinelli, Paolo Florais d’Arcais, Luciano Gallino, Moni Ovadia, Marco Revelli, Guido Viale e Andrea Camilleri ha cominciato a sfaldarsi, già prima di consolidarsi, inciampando nella più vetusta delle insidie: la definizione delle liste. Così, Andrea Camilleri  giorni fa ha fatto un passo indietro perché in lista c’è Luca Casarini, l’ex no global su cui ha dato l’assenso lo stesso Tsipras. Flores D’Arcais ha preso cappello per non essere stato avvisato della rinuncia alla candidatura di Antonia Battaglia, tra le candidate di Taranto, che aveva accettato il posto in lista “solo” se  non ci fossero esponenti del partito di Vendola, che a suo giudizio «ha gravi responsabilità sulla questione Ilvaa». Flores D’Arcais – in qualità di membro della commissione dei garanti della lista – si è sentito colpito da lesa maestà. Gli dicono: guarda che una lettera è stata inviata, ma lui replica che evidentemente «la lettera è stata occultata».

Il problema non sono le liste ma la convivenza di personalità tanto diverse e unite solo dal narcisismo. Camilleri e Flores d’Arcais non hanno avuto né la sensibilità politica né il buon senso di convivere con le contraddizioni che inevitabilmente il loro progetto avrebbe generato, e che andavano condivise faticosamente. Non ne sono capaci e hanno preferito percorrere il facile solco tracciato in tutti questi anni dal frazionismo e dal settarismo, comportandosi come antichi capipartito permalosi: non vedendosi accontentati, si sono prima offesi, poi pubblicamente tirati fuori, cercando la più ampia risonanza mediatica possibile, in modo da fare più danno possibile. La costruzione di una lista unitaria fra soggetti diversissimi è una scommessa difficilissima, non una riunione di Micromega. Da queste premesse lo spettro che si profila è fare la fine della lista di Ingroia, “bastonata”  dagli elettori alle scorse elezioni politiche. Norma Rangeri si dice fiduciosa che non accadrà: «Stavolta la lista è aperta, è autorevole, non farà la fine del movimento di Ingroia». Ma non sembra crederci neppure lei, quando aggiunge: «Però non si può più sottilizzare, bisogna prendere i voti. E non si inizia dicendo che il tuo compagno di banco non va bene». Il problema è che, invece, hanno iniziato proprio così. E probabilmente è anche finita così.