La prima tassa di Renzi si chiama super-Tasi: costerà un miliardo anche alle imprese

Tasi più flessibile (ma verso l’alto) fino ad un possibile rincaro dello 0,8 per mille da decidere comune per comune ma con l’impegno di destinarne parte alle detrazioni per le categorie a reddito più basso. In attesa che si realizzino le promesse sui tagli di Irpef e Irap, il primo interventi economico decisi dal Cdm guidato da Renzi è volto a trovare le coperture per finanziare i Comuni, secondo la strada già tracciata dall’esecutivo Letta e contrattata da Delrio quando era ministro con i primi cittadini. Insorge l’opposizione: la Tasi? «È la prima tassa varata da Renzi», dice, ad esempio, il presidente della commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone (Fi). I Comuni avranno una maggiore flessibilità sulle aliquote con la possibilità di aumentarle fino all’8 per mille, ma in cambio dovranno finalizzare il maggior gettito, o comunque gran parte degli incassi, per introdurre sconti per alcune categorie di cittadini. Soddisfatta ma preoccupata l’Anci:  necessaria una riforma organica della finanza locale – dice il responsabile Finanza Locale, Guido Castelli – altrimenti si rischia di dover rincorrere numeri e coperture producendo un effetto quasi automatico delle tasse locali, cosa che ovviamente noi sindaci non vorremmo». Sono esentati dal versamento della Tasi soltanto i fabbricati della Chiesa indicati nei Patti Lateranensi (si tratta di circa 25 immobili destinati al culto ubicati a Roma) e ai Comuni andranno 125 milioni in più rispetto ai 500 già stanziati dal Governo Letta per compensare il mancato gettito ai Comuni dovuto alla differenza tra l’aliquota Tasi prima casa (2,5 per mille) rispetto alla aliquota Imu (4 per mille). Con la Tasi, per le imprese, si profila una stangata di almeno un miliardo di euro. Con l’aliquota base all’uno per mille, solo sui capannoni, è previsto un aumento di quasi 650 milioni di euro entrate fiscali, secondo un’analisi compiuta dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre. La Tasi costerà alle imprese italiane almeno un miliardo di euro. L’importo, che la Cgia ritiene addirittura sottostimato, è stato calcolato applicando l’aliquota base dell’1 per mille.