La morte di D’Ambrosio, dalla carriera in magistratura fino allo scranno senatoriale nel Pd

«Non è che lasci la magistratura. Mi occuperò ancora dei problemi della magistratura. E combatterò ancora perché siano risolti i problemi della giustizia»: era il 29 novembre del 2002, il giorno prima della pensione. E infatti, dopo la magistratura, Gerardo D’Ambrosio si occupò ancora di giustizia ma nella politica, come senatore del Pd. Con la sua morte, avvenuta domenica 30 marzo, è scomparso uno dei maggiori protagonisti delle vicende giudiziarie italiane. Il suo nome è legato non solo alla stagione di Mani Pulite, ma anche ad altre vicende come la strage di piazza Fontana (rinviò a giudizio i neofascisti Freda e Ventura), la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli (fu lui a prosciogliere il commissario Luigi Calabresi stabilendo che Pinelli, precipitando da una finestra della questura di Milano, ebbe un “malore attivo”, formula spesso citata ironicamente da chi sostiene che Pinelli non cadde da solo da quella finestra) e il crac del Banco Ambrosiano.
Nato a Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta, il 29 novembre 1930, si laureò in Giurisprudenza a Napoli nel 1952. Cinque anni dopo entrò in magistratura. Prima venne assegnato alla Procura di Nola, poi trasferito al Tribunale di Voghera, e infine arrivò a Milano. Qui fu pretore civile per diventare, dopo cinque anni, giudice istruttore penale e in tale veste condusse l’istruttoria al processo per la strage di piazza Fontana. Nel 1981 passò alla Procura generale di Milano con funzione di sostituto Pg, incarico che mantenne per otto anni e durante il quale sostenne l’accusa nel processo sul caso del Banco Ambrosiano che vedeva tra gli imputati Roberto Calvi. Nel 1989 divenne procuratore aggiunto, dirigendo il Dipartimento criminalità organizzata e dal 1991 – anno in cui subì un trapianto di cuore – quello dei reati contro la pubblica amministrazione. Nel 1992, quando procuratore capo era Francesco Saverio Borrelli, entrò nel pool di Mani Pulite di cui fu punto di riferimento. Al suo fianco lavorarono Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Greco e gli altri pm che coordinarono le indagini sulla Tangentopoli della Prima Repubblica. Dal 1999 fu alla guida della Procura e nel 2002 andò in pensione. Criticato da destra come “toga rossa”, lasciò la magistratura ma non l’impegno per la giustizia che portò avanti per due legislature come senatore della sinistra prima per i Democratici di Sinistra poi per il Partito Democratico.
Nel pomeriggio di domenica è morto al Policlinico di Milano dove da due giorni era ricoverato in gravissime condizioni. Il suo cuore non ha più retto. «Ha interamente dedicato la vita al Paese – ha commentato il ministro della Giustizia Andrea Orlando – Filo conduttore di essa è stata un’autentica e costante passione civile guidata dai valori della Carta Costituzionale». Per il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini è stato «un magistrato che certamente ha fatto scelte di parte, ma che ha sempre dimostrato grande rispetto per la toga che ha indossato con onore». Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha detto: «La sua probità, il profilo asciutto e rigoroso, lo scrupolo da magistrato e da esponente delle istituzioni parlamentari sono una lezione quotidiana». Parole commosse anche dai suoi ex colleghi del pool: Francesco Saverio Borrelli ne ha sottolineato «la profonda onestà intellettuale» e Antonio Di Pietro lo ha salutato con un tweet: «Ciao Gerardo, meno male che c’eri tu ai tempi di Mani Pulite».