La Crimea si consegna alla Russia con un plebiscito e un’affluenza record. Obama minaccia dure sanzioni

Il risultato definitivo del referendum in Crimea per il ritorno in Russia è del 96,6% a favore: lo twitta il premier locale Serghiei Aksionov. Il presidente della commissione elettorale centrale di Crimea, Mikhail Malishev, ha annunciato i risultati definitivi del referendum di domenica: 96,77% a favore del ritorno in Russia, il 2,51% per il ritorno alla costituzione del 1992 e lo status della Crimea come parte dell’Ucraina. Le schede annullate sono state lo 0,72%. L’affluenza è stata dell’83,10%. Washington e Bruxelles – quando ancora in Crimea i seggi erano aperti – mandano a dire a Mosca che non riconosceranno mai i risultati di un referendum che considerano «illegale», «contrario alle leggi internazionali» e svoltosi «sotto la minaccia di un intervento delle truppe russe». La tensione è alle stelle. La Casa Bianca parla di «azioni pericolose e destabilizzanti» da parte della Russia, condannando con fermezza anche i movimenti di soldati nella regione a est dell’Ucraina ai confini con la Crimea, che hanno fatto gridare Kiev all’invasione. «Basta provocazioni», tuona il segretario di Stato americano John Kerry al telefono col ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, col quale negli ultimi giorni aveva tentato, senza riuscirvi, di trovare una soluzione alla crisi. Anche il presidente della Ue, Herman Van Rompuy, e quello della Commissione Ue, Manuel Barroso, ribadiscono come la soluzione alla crisi in Ucraina può essere fondata solo «sull’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza del Paese». Mentre il premier Matteo Renzi fa sapere che l’Italia «sta lavorando insieme alla Francia, la Germania, la Gran Bretagna perché si possano ridurre le frizioni e perché si possa dare il messaggio che il diritto internazionale è difeso e salvaguardato, cosa che non sta avvenendo».

Tutto sembra pronto per il varo di sanzioni pesanti e senza precedenti contro la Russia. Misure che vadano a colpire le persone e gli interessi economici e commerciali legati all’attuale leadership di Mosca. Nelle prossime ore a Bruxelles si riuniranno i ministri degli Esteri della Ue e prenderanno una decisione. Le cancellerie europee sembrano quelle più decise nell’andare avanti con la linea di estrema fermezza nei confronti di Putin, mentre a Washington ancora si discute tra “falchi” e “colombe” su che livello di risposta mettere in campo. Il team di Obama sta ancora valutando cosa fare. Forte il pressing di chi vorrebbe una linea durissima nei confronti del Cremlino: non solo congelando i beni di individui e aziende ‘vicine’ al presidente russo, ma prendendo anche in considerazione l’ipotesi di aiuti militari al governo di Kiev, sotto forma di armi, munizioni e coinvolgimento degli 007 Usa. In molti nell’amministrazione statunitense sono però per una strategia più “soft”, temendo il rischio di un’escalation della situazione dagli sviluppi imprevedibili. E molte aziende Usa che hanno interessi in Russia temono rappresaglie da parte di Mosca, e per questo chiedono cautela. Saranno le prossime ore a dire quale linea prevarrà.